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Venti di tempesta

La notizia dello scoppio della prima guerra mondiale infrange la serena atmosfera estiva della campagna intorno a Domberg, nella Prussia orientale, dove la ricca famiglia Degnelly trascorre le vacanze. Felicia, nipote diciottenne del patriarca, si trova catapultata in un mondo violento e caotico, in cui, tuttavia, riesce a sopravvivere grazie al suo spirito ribelle e anticonformista. Contesa da due uomini, un ricco industriale tedesco e un giovane rivoluzionario, parte per il fronte come crocerossina, assiste alla rivoluzione bolscevica, torna in Germania con una figlia, e dopo la guerra si trasforma in imprenditrice di successo, determinata a salvare l’amata casa di famiglia.

Venti corpi nella neve

Case Rosse, minuscolo borgo nell’Appennino tosco-emiliano, ha un primato: è la sede del commissariato più piccolo d’Italia, diretto da Roberto Serra – che viene da Roma ed è considerato uno ed fòra – con l’aiuto dell’agente Manzini. Non succede mai nulla se non qualche rissa tra ubriachi il sabato sera. Ma la notte del Capodanno del 1995 una telefonata sveglia Manzini in piena notte. Ci sono tre cadaveri al Prà grand, uccisi senza pietà. I due poliziotti accorrono sul luogo del delitto e uno spettacolo raccapricciante si presenta ai loro occhi: un uomo, una donna e una bambina sono stati colpiti a morte da distanza ravvicinata con un fucile. È un’esecuzione, senza alcun dubbio. Ma non ci sono schizzi di sangue intorno alle vittime e la loro posizione non combacia con la traiettoria degli spari. A chi appartengono questi corpi straziati che chiedono giustizia? Chi ha violato la pace di quel piccolo paese perso tra le montagne, e per quale motivo? E perché così tanta violenza da sorprendere anche un uomo come Roberto Serra, abituato a omicidi ben più efferati? Per il commissario comincerà un’indagine che lo porterà a rivivere il passato del luogo in cui si è rifugiato, e ad affrontare i demoni che albergano nella sua anima e nel suo cuore. Un romanzo che affonda le radici nelle pagine più sanguinose della storia del Ventesimo secolo. Un nuovo autore italiano che lancia la sfida ai maestri del thriller internazionale.

Il ventaglio

Nel 1972, al culmine di una crisi che è insieme professionale e artistica, Goldoni lascia Venezia per un contratto biennale alla Comédie Italienne di Parigi. L’impresa non è facile: attori diffidenti, pubblico indifferente, un contesto completamente diverso da quello in cui è nato il suo teatro. Dall’esigenza di incontrare il gusto dei francesi, nasce Il ventaglio, una commedia agile e festosa, al cui centro non sta un personaggio, ma un oggetto: un ventaglio, pegno di due innamorati, la cui perdita scatena una serie di equivoci, gelosie e ripicche, che si risolvono in un lieto fine. Un divertente gioco scenico orchestrato con magistrale perizia.

La venexiana

La Venexiana, come dire la ‘commedia veneziana’, sembra indicare già fin dal titolo il posto che essa occupa nell’evoluzione del teatro veneto rinascimentale. L’ignoto veneziano che la scrisse pare affermarvi non tanto l’ambizione, quanto la consapevolezza di aver creato l’opera per eccellenza rappresentativa di una società e di un costume. Se nelle farse e nelle commedie che cronologicamente la precedono – come ad esempio l’anonima Bulesca – era ancora possibile rintracciare gli elementi costitutivi attinti alla cronaca, nella Venexiana la ricerca diventa in pratica inattuabile; la commedia – e in ciò è il suo miracolo d’arte – contamina con perfetta naturalezza schemi convenzionali e modi, per i tempi,d’avanguardia.

Venere lesa: romanzo

Per una ben nota legge della termodinamica, l’amore risulta sempre una partita patta in cui anche il più grande dei vantaggi viene ben presto rimontato, e tutto finisce in pareggio, tutto tende alla quiescenza; e di eterno, non restano che le regole del giuoco.

Venere in metrò

Gaia, 38 anni, porta la taglia 38, vive nel centro di Milano e in equilibrio perfetto sul suo tacco dodici si muove disinvolta tra sfilate e locali alla moda: del resto ha un marito che le garantisce una grande agiatezza, un amante il cui profilo su Facebook dice sempre “innamorato”, una figlia che va alla scuola steineriana, due amiche di nome Ilaria e Solaria, un iPhone, un iPod, un iPad e una psicanalista che a ogni seduta pronuncia queste parole: “Sono trecento euro”. Madre in carriera, può vantare l’invenzione dell’apericena, rito che ha ormai contagiato l’intera penisola, e la soddisfazione di non avere fatto mancare nulla alla figlia Elettra senza per questo trascurare il lavoro. Nessuna sbavatura, insomma. Eppure il passato bussa, implacabile, nel sonno. Un incubo ricorrente, che sembra voler riportare a galla qualcosa… Prima o poi Gaia dovrà decidersi a parlare di suo padre. E dei suoi tre anni di black-out. Anche perché a un tratto nel suo presente si è aperta una piccola crepa, destinata ad allargarsi come la tela di un ragno e a mandare in pezzi le sue sicurezze: il licenziamento dall’agenzia di comunicazione dove lavora, un’impasse sentimentale inattesa, la carta di credito bloccata, Elettra che lancia segnali di un disagio sempre più ineludibile… Con irresistibile vena satirica, unita qui però a uno sguardo profondamente partecipe, Giuseppe Culicchia dà vita a un personaggio femminile tragico e grottesco, risucchiato in una spirale di menzogne e forzature che mostrano il volto più fasullo della borghesia d’inizio millennio, celebrandone i riti e insieme il declino; e al tempo stesso scrive un libro civile, capace di svelare il bene nascosto sotto la patina del nostro vivere quotidiano come le radici di un albero frondoso che spezzino la crosta dell’asfalto per dare ossigeno alla città. Attraverso una vertiginosa capacità di scavare nei cliché linguistici e umani, Culicchia procede insinuando variazioni minime nell’infinito gioco di specchi nel quale nostro malgrado ci muoviamo. E – in bilico tra il dolore e il sorriso – libera sulla pagina quelle piccole rivelazioni che sono il nucleo di un cambiamento possibile. Perché, toccato il fondo della crisi, si può ricominciare a vivere, spogli di tutto ma ricchi come mai prima.

La Venere di Urbino

Arthur Fidelman vorrebbe scrivere uno studio critico su Giotto ed arriva in Italia schienando la sorella che lo ha cresciuto, ma un accattone gli ruba il primo capitolo della monografia; quindi Fidelman torna a dipingere, condivide l'appartamento con una pittrice napoletana di cui si innamora ma lei lo rimbalza perché alla prima occasione di farci le zozzerie viene subito, alla fine scopre che lei si arrapa se uno indossa paramenti sacri e se la schiaccia con profitto; poi si fa ingabolare da due loschi per dipingere un falso; ancora alla ricerca dell'ispirazione per la sua opera-spartiacquecapolavoro, toglie una giovane prostituta dalla strada ma poi finsicono i soldi e la fa prostituire di nuovo; giunto alfine a Venezia, Fidelman inizia una liason con la moglie di un soffiatore di vetro, poi si fa intortare dal soffiatore di vetro stesso e scopre di essere bisessuale nonché che soffiare il vetro è un'attività che lo appaga tanto quanto giocare in entrambe le squadre

La Venere di Salò

Salò, inverno del 1944. Reduce dall’avventuroso recupero del carteggio Mussolini-Churchill narrato ne “Il morto in piazza”, il colonnello Martin Bora si ritrova sulle sponde del lago di Garda come ufficiale di collegamento tra la Wehrmacht e la Repubblica Sociale Italiana. Qui viene subito incaricato da un generale dell’Aviazione di investigare sull’incredibile furto della “Venere di Salò”, un preziosissimo dipinto di Tiziano sottratto con troppa facilità dalle sale di una villa requisita dai tedeschi. Mentre Bora inizia ad indagare tra una miriade di personaggi civili e militari, tutti ampiamente sospetti per un motivo o per l’altro, il ritrovamento di tre cadaveri aggiunge una nuova dimensione al mistero: sono tre bellissime donne, apparentemente suicide, ma in realtà (come Bora intuisce da microscopici dettagli) assassinate da un’unica mano omicida. Si tratta di un serial killer oppure questi delitti sono intimamente connessi al furto de “La Venere”? Perché l’assassino lancia messaggi cifrati all’investigatore tedesco, quasi invitandolo ad una partita mortale? E per quale motivo le autorità italiane e germaniche si sforzano di far ricadere i sospetti sullo stesso Bora?
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Venerdì o il limbo del Pacifico

*Venerdì o il limbo del Pacifico* è la prima incursione di Tournier nella forma del romanzo filosofico-morale. Un remake di Robinson Crusoe scritta “da qualcuno che ha letto Freud, Sartre e Lévi-Strauss” (R. Queneau), ma che recuperandone esteriormente l’impostazione della trama ne capovolge radicalmente il senso. L’eroe settecentesco, che in Defoe prefigurava il colonialismo britannico, qui non riesce piú a trasformare la natura dell’isola con la sua razionalità industriosa e pianificante. Al contrario, viene iniziato dal selvaggio Venerdí verso una completa regressione allo stato “naturale”, spinto ad abbracciare una dimensione esistenziale autentica e primitiva. I simboli e i miti della cultura occidentale naufragano assieme col protagonista e ci costringono a ridisegnare con ironia le consuete mappe di navigazione. L’edizione tascabile è arricchita di un episodio inedito per la prima volta tradotto in italiano.

Le vene aperte dell’America Latina

Un reportage che attraversa cinque secoli di storia del continente latinoamericano per raccontare il saccheggio delle sue preziose risorse: l’oro e l’argento, il cacao e il cotone, il petrolio e la gomma, il rame e il ferro. Tesori depredati sistematicamente: fin dai tempi della conquista spagnola, le potenze coloniali hanno prosciugato le ricchezze di questa terra rigogliosa, lasciandola in condizioni di estrema povertà. Un testo illuminante che, intrecciando l’analisi storica ed economica con il racconto, suggestivo e incalzante, delle passioni di un popolo sfruttato e sofferente, è diventato un vero e proprio classico della letteratura latinoamericana. Prefazione di Isabel Allende.
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Le Vendicatrici. Sara

Fare arrabbiare una donna è pericoloso. Farne arrabbiare quattro è da pazzi. Sullo sfondo della Roma di oggi, corrotta e criminale, quattro donne diversissime tra loro decidono di ribellarsi al destino imposto da uomini malvagi e sbagliati. Per riscattare le loro vite dovranno diventare Le Vendicatrici. Sara non si ferma davanti a nulla e a nessuno per dare la caccia a chi ha distrutto la sua esistenza. Non esita ad allontanarsi dalla legalità e a trasgredire le regole. Ma presto si renderà conto che non esistono vendette pulite, vendette che non lasciano in bocca il sapore del rimorso.

Le Vendicatrici. Luz

Fare arrabbiare una donna è pericoloso. Farne arrabbiare quattro è da pazzi. Il quarto romanzo del ciclo Le Vendicatrici. *** Un traffico di merce umana che scavalca le frontiere e arriva sotto le finestre di casa nostra, insospettabile e demoniaco. La precarietà delle vite di scarto, destinate al macero. La forza degli umili, dei rifiutati. In questo romanzo teso e durissimo, eppure illuminato da una misteriosa luce, la catena internazionale del nuovo crimine si stringe sul destino di una donna in fuga. Che può contare solo su Luz, sulla sua strana famiglia femminile. E su un paio di angeli. Due terremoti scuotono la vita di Luz, che è appena riuscita a trovare una nicchia felice, nell’affetto della figlia Lourdes e nella protezione della nuova famiglia formata dalle tre amiche Ksenia, Eva e Sara. Le piomba in casa Mirabel, fuggiasca dalla sua Colombia, portando con sé tutto quello che Luz si era lasciata alle spalle. E il suo amore per Ksenia è sconvolto dall’attrazione improvvisa per un uomo affascinante e pericoloso… *** «La gente non aveva ancora capito come funzionava. Le persone sparivano e diventavano personaggi di trasmissioni televisive specializzate che ne trattavano i casi anno dopo anno. Fornivano informazioni, chiedevano aiuto e sostegno per ritrovarle. Ma non capitava mai, perché l’unica verità da raccontare era che il mondo è pieno di predatori che si alzano la mattina con l’unico scopo di impadronirsi di altri esseri umani. Poteva trattarsi di semplici individui o di bande organizzate, ma con la forza o con l’inganno riuscivano comunque a rapire alcune migliaia di individui all’anno».

Le Vendicatrici. Ksenia.

Fare arrabbiare una donna è pericoloso. Farne arrabbiare quattro è da pazzi. Sullo sfondo dell’Italia di oggi, corrotta e criminale, quattro donne molto diverse tra loro decidono di ribellarsi al destino imposto da uomini sbagliati. Per riscattare le loro vite dovranno diventare Le Vendicatrici. Ksenia è venuta da molto lontano per inseguire il sogno del principe azzurro ed è sprofondata nell’incubo della «tratta delle spose». Ha solo un modo per liberarsi da quell’inganno e tornare a vivere: sfidare i suoi persecutori. Un’impresa impossibile, se sei sola, ma non se ad aiutarti intervengono Luz la colombiana, Eva la profumiera e la misteriosa, feroce Sara. L’amicizia le rende piú forti. L’amore le rende spietate.

La vendetta

Personaggi senza identità, senza nessuna adesione al mondo in cui vivono, con una percezione distorta e allucinata che li induce a compiere gesti aberranti. Delitti poco esemplari, come quello del ragazzo che uccide i professori più amati per salvarli dalla crudeltà dei compagni, o quello della moglie che uccide il marito per farlo smettere di russare. I gesti estremi vengono compiuti senza alcuna estetizzazione, solo con estraneità, con la consapevolezza, o forse l’intuizione che le menzogne non possono essere perdonate, che le soluzioni arrivano e arriveranno sempre tardi. Vite alla deriva che cercano ostinatamente di tornare a casa, di rivedere in faccia il proprio passato. Schegge narrative che raccontano un mondo mostruosamente duro, di fronte al quale domina il senso di estraneità e di smarrimento.
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