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La fantascienza di Playboy – Parte prima

Nota: prima parte di “The Playboy Book of Science Fiction”, la seconda è in “[La fantascienza di Playboy (parte seconda)](https://www.goodreads.com/book/show/15904094.La_fantascienza_di_Playboy__parte_seconda_ “La fantascienza di Playboy \(parte seconda\)”)”
Sin dall’inizio, nel 1953, “Playboy” ha accolto la fantacsienza sulle sue pagine. Imaginazione, innovazione e audacia sono sempre state caratteristiche peculiari della rivista; non meraviglia che abbia attratto tanti autori del settore, di primissiomo piano. E ci sono rimasti fedeli. Ray Bradbury è stao il primo giovane autore contemporaneo scelto per essere ristampato, in quei primi anni in cui “Playboy” non poteva ancora permettersi di pubblicare narrativa originale; è stato anche uno dei primi ad aver venduto racconti inediti, ed è tuttora, a decenni di distanza, uno dei nostri preferiti..
Indice:
Ray BRADBURY – La città perduta di Marte (The Lost City of Mars, 1967
Ursula Kroeber LE GUIN – Nove vite (Nine Lives, 1969)
Norman SPINRAD – Veglia funebre (Death Watch, 1965)
Damon KNIGHT – Maschere (Masks, 1968)
Kurt VONNEGUT jr. – Benvenuta nella gabbia delle scimmie (Welcome to the Monkey House, 1968)
James Graham BALLARD – L’astronauta morto (The Dead Astronaut, 1968)
Frederik POHL – L’uomo schematico (The Schematic Man, 1969)
Robert SHECKLEY – Senti qualcosa quando faccio così? (Can You Feel Anything When I Do This?, 1969)
Arthur Charles CLARKE – Il transito della Terra (Transit of Earth, 1971)
Doris LESSING – Rapporto sulla città minacciata (Report on the Threatened City, 1989)
Larry NIVEN – Leviatano (Leviathan!, 1970)
Harlan ELLISON – Tutti gli uccelli tornano al nido (All the Birds Come Home to Roost, 1979)

La donna nella pioggia

« *Perdere il tempo è un delitto. Il tempo di Stella, tra un passato ignoto e un futuro che fa paura, è il centro della bellissima storia di Marina Visentin, un’autrice da scoprire.* » – *MAURIZIO DE GIOVANNI* –
**Pensavo di conoscere il posto di ogni cosa, il nome di ogni strada, la mappa della mia vita. Invece.** Stella Romano non saprebbe dire quando le ore che compongono le sue giornate abbiano cominciato a scomparire. In una quotidianità senza imprevisti, scandita dalle attività ripetitive e confortanti delle figlie, dai viaggi di lavoro del marito, dai piccoli gesti di una vita agiata in cui continua a sentirsi un’estranea, a Stella mancano dei momenti; ore intere di cui non ha alcun ricordo, in cui compie azioni che poi si smarriscono nelle profondità della mente, in cui diventa un’altra persona. Un giorno, anche il vaso di sua madre – unico legame con la donna scomparsa quando lei aveva tre anni – va in mille pezzi: è il segno tangibile che qualcosa non va, davvero, e Stella non può più fingere indifferenza di fronte a ciò che sta accadendo. Deve andare fino in fondo, riaprendo pagine dolorose della sua vita. Scavando in un passato di cui pochissimi sono i testimoni – la madre è morta in un incidente e il padre si è tolto la vita in manicomio -, Stella si rende conto di aver vissuto sepolta nelle bugie di chi avrebbe dovuto amarla e di aver costruito la sua identità di donna su un’infanzia fasulla. Anche il marito sembra stare dalla parte di chi non vuole che lei arrivi alla verità, a una vita nuova, lontana dai dolori e dai drammi del passato. E Stella capisce che chi ha rubato i suoi ricordi è pericoloso, nel passato come nel presente.

La distanza fra noi

**«Maggie O’Farrell scava nel profondo di quello che mi piace chiamare “il teatro della famiglia”.»**
*Catherine Dunne* **«Si inserisce a pieno titolo tra le migliori voci della narrativa inglese.»**
*Literary Review* **«Chi cerchi l’equivalente britannico di Anne Tyler lo trova in Maggie O’Farrell.»**
*The Scotsman* **«Un talento magistrale per la narrazione.»**
*The Observer* SEGRETI DI FAMIGLIA E UNA GRANDE STORIA D’AMORE NEL NUOVO ROMANZO DELL’AUTRICE DI ISTRUZIONI PER UN’ONDATA DI CALDO “MAGGIE O’ FARRELL SCAVA NEL PROFONDO DI QUELLO CHE MI PIACE CHIAMARE IL ‘TEATRO DELLA FAMIGLIA’”. CATHERINE DUNNE A Londra, in un freddo pomeriggio di febbraio, Stella vede tra la folla un uomo dai capelli rossi che è convinta di riconoscere, anche se sono passati molti anni. Sconvolta, non si presenta al lavoro e, semplicemente, fugge dalla propria vita senza dare spiegazioni. Ma sua sorella Nina, legata a lei da un affetto profondo, quasi morboso, è determinata a ritrovarla, per strapparla a una minaccia di cui solo lei condivide il segreto. Nello stesso momento, lontanissimo da Stella, dall’altra parte del pianeta, Jake sta festeggiando il capodanno cinese insieme ad alcuni amici. Cresciuto a Hong Kong ma di madre inglese, il ragazzo si sente come sdoppiato tra due identità e due appartenenze, e capisce che solo mettendosi sulle tracce del padre che non ha mai conosciuto potrà capire meglio se stesso. Sembra incolmabile la distanza che divide questi due giovani, le loro speranze, i loro fantasmi, la loro paura di non riuscire a vivere la vita che desiderano. Eppure Stella e Jake sono destinati a incontrarsi in un luogo carico per entrambi di significato, nella campagna scozzese: un luogo che li riporta, per strade diverse, ad affrontare il passato per aprirsi al futuro.

La dismissione

La dismissione è opera che ha guadagnato nel tempo una bruciante attualità. Vi si leggono le sorti dell’Ilva di Bagnoli e della Napoli operaia attraverso la vicenda di Vincenzo Buonocore, entrato all’Ilva come semplice manovale e diventato, con gli anni, tecnico specializzato alla guida delle Colate continue. A lui viene affidato l’incarico di smontare il suo reparto, venduto ai cinesi. Al colpo durissimo reagisce in maniera imprevedibile. In preda a uno stato di esaltazione nevrotica, decide di eseguire il compito assegnatogli con una precisione e un rigore “assoluti”. Questa dismissione, dice a se stesso, dovrà avvenire “bullone per bullone”, dovrà essere il mio “capolavoro”, la prova tangibile del mio genio operaio. La meravigliosa dedizione di Buonocore non cancella il lavoro negato né tantomeno la sconfitta, che è la sua ma anche quella di tutta Napoli e del Paese nel suo insieme. Il romanzo si chiude con un corteo funebre, tanto straziante quanto simbolico, e con il presagio di futuri disastri: dal dilagare della disoccupazione all’imperio di una camorra destinata a non avere più freni. A Napoli si è aggiunta Taranto, ma il quesito rimane lo stesso: perché tanta cieca improvvisazione? La risposta di Buonocore – di tutti i Buonocore d’Italia, vecchi e nuovi – non muta: perché abbiamo un capitalismo straccione e una classe dirigente inetta e famelica.

La chimica della bellezza

È una sera stellata di ottobre. Massimo Galbiati, un professore di chimica di una tranquilla università di provincia, e Virginio de Raitner, suo inossidabile ex-collega ultracentenario, corrono verso la Svizzera a bordo di una vecchia Jaguar coupè, sulle sponde selvaggie del Lago Maggiore, in compagnia di un bassotto fonofobico e mordace. Non è che si conoscano molto. De Raitner mantiene uno studio in Dipartimento nonostante sia da trent’anni in pensione, ha pure un suo laboratorio, “il laboratorio chiuso”, in cui nessuno osa mettere il naso, e i docenti e i tecnici del Dipartimento si prostrano ai suoi piedi. Massimo invece è solitario, orgoglioso, non lecca i piedi a nessuno, tantomeno al vecchio professore, ed è stato uno dei migliori scienziati italiani nel campo della chimica che era d’avanguardia fino a dieci anni fa. Ma de Raitner lo ha convocato a sorpresa per farsi accompagnare a Locarno, verso un convegno avvolto nella discrezione e nel mistero: e tu vuoi non andare? Vuoi non suscitare l’invidia feroce di tutto il dipartimento, che brama anche solo far da autista al vecchio professore sulla sua magnifica E-type? Poi, quando arrivano a Locarno e il congresso inizia davvero, Massimo scopre che è strapieno di premi Nobel e che gli speaker sono gli scienziati di grido di quella sua stessa, vecchia, amata chimica ormai non più d’avanguardia. Una chimica sospinta da una scienza che sta scomparendo, quella della ricerca pura guidata dalla bellezza della conoscenza, dalla meraviglia della scoperta, dall’eleganza delle molecole pensate e delle soluzioni trovate per prepararle. E il super-ottuagenario che c’entra? Ma è l’ospite d’onore! Applaudito, riverito da tutti, con la conferenza più importante del convegno locarnese. I privilegi e l’immenso potere di de Raitner, il perché dei Nobel riuniti in segreto, la ragione della chiamata di Massimo a fargli da accompagnatore: è tutto un mistero! Che si dipana sulle dolci acque del lago, nella sontuosa eleganza di Locarno e Ascona, in bilico tra la Grande Storia della chimica del Novecento e un’amicizia che nasce tra il professore che ha cinquant’anni e quello che ne ha più di cento.
Molte risate, qualche lacrima, figlie che fanno tenerezza e bassotti che si intrufolano su per i pantaloni. In forma di purissima commedia, il senso della vita per uno scienziato.

La chiave di Salomone

Quando George Washington, primo presidente degli Stati Uniti e Maestro venerabile della massoneria, fondò la nuova capitale federale che avrebbe portato il suo nome, scelse personalmente l’ubicazione dei due principali edifici della città, il Campidoglio e la Casa Bianca, rifiutandosi di esaminare ogni proposta alternativa. Per spiegare questa sua irremovibile decisione, sono state avanzate ipotesi più o meno credibili e documentate, tutte però basate sull’idea che la pianta della città celasse, nella forma dei palazzi e nell’allineamento delle strade, cruciali e insondabili ragioni esoteriche.
Robert Lomas, esperto di storia della massoneria ma anche uomo di scienza, si propone di dimostrare, attraverso una minuziosa analisi di documenti dell’epoca – fra i quali, innanzitutto, i diari e le lettere dello stesso Washington -, che i costruttori della città erano a conoscenza di uno straordinario segreto sulla condizione umana, tramandato nientemeno che da re Salomone, uno dei primi Grandi maestri dell’Arte, e che il loro progetto aveva lo scopo di rendere Washington DC un potente talismano destinato ad assicurare al popolo americano un futuro di ricchezza, potenza e prosperità.
Al termine di un’indagine appassionante, che prende le mosse dalla misteriosa simbologia massonica e si avventura nei campi di varie discipline scientifiche, dalla fisica quantistica alla simbologia classica, dalle neuroscienze alla statistica, dalla biologia evoluzionistica all’astronomia, Lomas giunge a scoperte sconcertanti: le antiche credenze riguardo alle influenze cosmiche sul destino dell’uomo, associate forse troppo sbrigativamente dalla scienza ortodossa alle ingannevoli chimere dell’astrologia, non solo hanno un fondo di verità oggettiva ma possono contribuire a chiarire l’altrimenti inesplicabile ascesa di alcune grandi civiltà del passato.
La «chiave di Salomone», che non è identificabile con un sapere puramente simbolico o filosofico, sarebbe quindi una forza fisica concreta, quantificabile, che può influire sulla vita di tutti, sia delle persone disponibili a sondare il mistero universale che le circonda sia di quelle più scettiche, incapaci di sollevare lo sguardo verso la Lucente stella del mattino.

La catilinarie

Juliette ed Émile hanno finalmente acquistato la casa dei loro sogni: spaziosa, coperta di glicine, isolata. Ma non abbastanza, tenuto conto delle quotidiane, irritanti e indesiderate visite dell’unico ingombrante vicino, che riesce a trasformare in assillante tortura la pacifica esistenza della coppia. E il paradiso si popola di incubi con l’apparizione dell’ancora più grassa consorte dell’uomo. Inatteso finale dalle sfumature noir.

La casa ispirata

«Casa ispirata» vuol dire qui casa abitata da spiriti, da presenze invisibili e sinistre. Il luogo è situato a Parigi, in Rue Saint-Jacques, e il narratore vi arriva come pensionante, controfigura del giovane Savinio che scopre Parigi negli anni subito precedenti la prima guerra mondiale. Ed è tipico del genio di Savinio per il grottesco che la cosmopoli gli si sveli attraverso le molteplici nefandezze che sfilano davanti al protagonista fra le mura oppressive della «casa ispirata», mentre dietro di esse «un lavoro demoniaco cingeva con la sua rete sonora la vita dell’annosa abitazione». Qui si direbbe che abbia sede un culto esoterico del *faisandé* : i soprammobili, le maniere, le espressioni, i simboli, le divise che si sono affastellati nell’Ottocento piccoloborghese, ormai frollo e vicino a decomporsi, vengono golosamente apprezzati e carezzati dai padroni di casa. Il giovane pensionante li osserva con un certo sgomento e intanto registra, come un clinico, le apparizioni di una serie di personaggi aleggianti. Sono ogni volta ritratti che oscillano fra il macabro e una strepitosa comicità. Orrore e fascinazione non si disgiungono mai: tutto il romanzo è un’iniziazione al Grande Orrido parigino, pimentata da un riso liberatore. Parigi e i suoi abitanti, dai truculenti ospiti del narratore sino alle prostitute che transitano «col passo cerimonioso dei tacchini», sono una rivelazione definitiva di quella *mostruosità quotidiana* a cui Savinio dedicherà tanta e così felice parte della sua opera di pittore e di scrittore.
*La casa ispirata* venne pubblicato a puntate sul «Convegno» nel 1920 e in volume presso Carabba, a Lanciano, nel 1925.

La casa dei sette cadaveri

Ted Lyte è un ladruncolo molto sfortunato. Abituato a sbarcare il lunario con piccoli furti e borseggi, per una volta ha deciso di puntare in alto e di introdursi in una villa sulla costa dell’Essex. Ma lo spettacolo che si trova davanti è così spaventoso che per poco non impazzisce: sette persone – sei uomini e una donna – giacciono privi di vita nel salotto dell’abitazione. Ted fugge a gambe levate, ma viene subito acciuffato da Thomas Hazeldean, un giornalista freelance appena approdato nei paraggi con il suo amato yacht. L’ispettore Kendall, accompagnato sul posto dallo stesso Hazeldean, trova un biglietto che lascerebbe pensare a un suicidio collettivo: una soluzione fin troppo facile per il numero di interrogativi che il caso solleva. Chi erano costoro? Da dove venivano? E, soprattutto, perché si erano riuniti lì? Forse i due abitanti della casa, un certo Fenner e la sua giovane nipote Dora, potrebbero gettare un po’ di luce sulla vicenda, ma a quanto pare sono partiti in tutta fretta verso una destinazione ignota. E più il salotto viene esaminato più particolari curiosi emergono: un ritratto a olio trapassato da una pallottola, una misteriosa palla da cricket appoggiata sopra un vaso da fiori, un indecifrabile indirizzo scritto in punto di morte da uno dei presunti suicidi… Un mystery del 1939 finora inedito in Italia che tiene col fiato sospeso fino all’ultima pagina.

La camera bianca

Lui aveva un’altra e lei lo sapeva. Lui stava per andarsene e lei non poteva fermarlo. Ogni sera, sotto gli occhi dei figli, le scenate, le urla e la disperazione. Poi, all’improvviso, l’incidente d’auto, e lui immobilizzato in una camera d’ospedale. L’altra scompare. È solo lei che va a trovarlo ogni mattina, che può finalmente prendersi cura di lui. E quando il marito fa ritorno a casa lei lo nutre, lo lava, lo sostiene, registra con entusiasmo i suoi progressi quotidiani. Nella speranza che, recuperata la propria integrità fisica, torni a essere un padre affettuoso e un marito fedele.
Il vero dramma descritto da Mauvignier si svolge però nel corpo, nel cuore, nell’intima esistenza di questa donna tormentata che inganna se stessa. E non è soltanto l’assillo della gelosia e l’angoscia dell’abbandono, ma ancor più il dramma della parola interdetta, di una solitudine lacerante e senza via d’uscita. La voce della protagonista si leva diretta e nuda, inconsolabile, e ferisce come un coltello. Mauvignier riesce a coglierla, con sorprendente sensibilità, nel momento stesso del suo nascere: di qui il ritmo concitato, i pensieri che restano sospesi per inseguire altri pensieri, incalzanti e ossessivi. Perché a parlare davvero sono i silenzi, le esitazioni, l’incidersi muto del dolore nella carne. In tal modo, quasi inavvertitamente, quasi per sottrazione, una donna semplice e di modeste condizioni si innalza al livello delle grandi eroine amorose della letteratura. Laurent Mauvignier (1967) è uno dei giovani scrittori francesi più apprezzati dal pubblico e dalla critica. Ha all’attivo sei romanzi. La camera bianca, il suo primo libro tradotto in italiano, è stato insignito del Prix Wepler e del Prix du Livre Inter.

L’uomo autografo

Alex-Li Tandem è un giovane mezzo ebreo e mezzo cinese che ha sempre avuto la passione degli autografi. Li colleziona, li vende, li falsifica, e ne desidera uno: quello rarissimo di Kitty Alexander, dimenticata attrice del cinema anni Quaranta. Così, dal sobborgo di Londra in cui è cresciuto insieme a un rabbino impiccione, un nero ebreo che studia la Cabala e un assicuratore, Alex si trova catapultato a New York sulle tracce dell’unico autografo che gli sia mai davvero interessato. E prima che possa rendersene conto viene risucchiato in un viaggio picaresco intorno al “vuoto” della modernità, in cerca di quella parte di sé che non sta in una firma né può essere venduta.

L’intagliatore di noccioli di pesca

Il professor Pietro Scullino passa il tempo tra le chiacchiere con gli amici al Café de Paris, i libri letti e dimenticati, le complicazioni della famiglia, gli amori e i tradimenti, ancora piú gustosi e impegnativi in una piccola città. È un critico letterario, ma fra tante complicazioni ultimamente fatica a star dietro a tutto. Saranno i tempi che cambiano, che diventano piú frenetici anche nella sua Liguria? O sarà forse lui, pensionato in anticipo, che invecchia? Ma mentre i grandi della politica fanno guerre preventive e gli emuli locali lottizzano la Riviera; mentre i matti del villaggio costruiscono l’atomica e gli artisti d’avanguardia creano ingorghi autostradali; mentre i comici scrivono thriller e i critici perdono il sonno a leggerli; mentre tutte le coppie sembrano essere scoppiate e le fughe e i tradimenti sono all’ordine del giorno, Scullino decide che non può lasciarsi andare e si rituffa nei libri, nel cibo, nelle donne con la solita voracità: la vita può ancora riservargli molte sorprese.

L’ingrato. Novella di Maremma

“Sulla tela del Calamaio era comparsa una Chiaretta di pochi anni. La stessa dei tempi della scuola. Nuda. Seduta nella nicchia dei vicoli, però, in quella penombra. Si abbracciava le ginocchia”.

L’Infinito Tra Le Note

«Quello del musicista è un mestiere che si sceglie per passione, si potrebbe quasi dire che sia una missione: alla continua ricerca di una verità interpretativa, di una irraggiungibile perfezione».
Nel suo nuovo libro, Riccardo Muti ci accompagna alla ricerca del mistero della musica attraverso otto lezioni che intrecciano la storia dell’arte dei suoni, la sua grande esperienza di direttore e i ricordi più intimi: i maestri che ha incontrato sulla sua strada; il sogno – realizzato – di creare un’orchestra di giovani musicisti italiani e un’Accademia dell’opera italiana in un Paese che spesso dimentica il ruolo dell’arte nella società.
Poi l’inestinguibile passione che lo lega da sempre non solo ai grandissimi, Mozart e Verdi, ma anche ai compositori italiani a lungo dimenticati. Una riflessione affascinante alla scoperta della potenza della musica e dei segreti della partitura, che un gesto può trasformare in un’emozione capace di raggiungere il cuore di tutti.

L’educazione sentimentale di AK-47

« *Un romanzo che non vuole raccontare esattamente una storia, ma creare il ritratto di una mente che si muove tra una cultura nuova, di sua scelta, e quella che si è lasciato alle spalle.* »
**The New Yorker** « *Un divertimento solido e sicuro.* »
**The New York Times Book Review** « *Una contro-narrazione audace e provocatoria… questo romanzo smaschera coraggiosamente una serie di uomini famosi, obbligando politici e rivoluzionari a scendere dal piedistallo.* »
**The Guardian** Il narratore di questo romanzo si chiama Kailash, è indiano e arriva dal Bihar a New York nel 1990, con una prestigiosa borsa di studio di dottorato. I primi amici che si fa storpiano subito il suo nome in Kalashnikov, e poi, per brevità, in AK-47.
Kailash non sembra preoccupato da questa accoglienza, che pure contribuisce senza dubbio al senso di spaesamento di chi arriva da straniero in America. La sua preoccupazione, e il senso di straniamento, sono dovuti a un’altra scoperta. Nel Bihar, gli adolescenti e i giovani uomini possono parlare di sesso soltanto tra di loro, e gli amici di Kailash sono tutti vergini. Tranne uno, ovviamente tempestato di domande alle quali può rispondere soltanto a modo suo. La parola sesso è bandita dalla vita pubblica, non compare nelle strade, nei cartelli pubblicitari, nei giornali…
Grande è dunque la sorpresa di Kailash quando si rende conto che a New York se ne può parlare, certo, e si possono anche sfiorare, accompagnare, interpellare, addirittura abbracciare le amiche. E che in TV compare regolarmente una signora di mezza età, piccolina, con un accento straniero «simile a quello di Henry Kissinger», la dottoressa Ruth, che parla di sesso, non solo liberamente, ma nei dettagli, dando a ciascuna «cosa» il suo nome scientifico.
Da questa scoperta partono tutte le altre, tutte quelle necessarie per restare in un paese straniero senza sentirsi estraneo, cose difficili da individuare, studiare, capire. Non solo per star meglio, ma per evitare di sbagliare, di offendere la sensibilità altrui. 
AK-47 è uno studente, non ha grossi problemi di denaro o alloggio, di isolamento, deve soltanto imparare a interagire. Ma non rinnega la cultura di origine, e i suoi costumi. In parte romanzo, in parte memoir, la narrazione va avanti e indietro nel tempo e nello spazio alla ricerca di episodi, storici o privati o intimi, che aiutino a mettere in relazione l’India e l’America.
Sospeso tra *L’ultima favola russa* di Francis Spufford, i libri di W.G. Sebald e Teju Cole, e l’umorismo di Peter Sellers in *Hollywood Party* , il lettore troverà in Kailash un personaggio in cui identificarsi nonostante le differenze, e con cui ridere di gusto.

L’autunno della signora Waal

Liguria di confine, primi cieli di Provenza: un piccolo paese di voci femminili. Donne che vanno a lavorare oltreconfine o nelle vicine città rivierasche. E parlano dei loro problemi: casa, marito, figli, compagni e padroncini. Difficoltà, incomprensioni e sogni. A raccogliere questo rosario dolente è la signora Waal, una anziana olandese approdata in Riviera col marito molti anni fa. La coppia ha vissuto appartata e discreta, poi il marito è morto e la signora Waal è stata adottata dalle donne del paese. Ora sente il desiderio di partire, di tornare in Olanda: ha ascoltato a lungo il proprio affievolire della vita, il confine con il momento estremo la spinge ad abbandonare la sua piccola casa, il terrazzo sul mare, e le sue tante, giovani amiche. Improvvisamente cominciano ad accadere fatti strani. Uomini misteriosi si aggirano nel suo giardino, bussano alla porta. Compratori? Ladri? Vecchi amici del marito Peter? Dal passato riaffiorano ricordi del tempo di guerra, l’occupazione nazista, la storia della compagnia dei trasmettitori, a cui apparteneva il marito, le voci su un misterioso delatore.
Tra le voci del presente e quelle del passato che si intrecciano la signora Waal ha disperatamente bisogno di quiete. Riuscirà a cogliere il segnale che le indichi la via del ritorno?