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Voltaire contro Shakespeare

La storia del rapporto tra Voltaire e l’ingombrante eredità di Shakespeare che, con il suo genio, pose fine alla tradizione del mondo classico e all’egemonia culturale francese, annunciò il Romanticismo e aprì alla modernità. Un capitolo affascinante della storia della cultura europea. Voltaire è stato il primo grande intellettuale in senso moderno: l’autore più letto, criticato, discusso ed emulato del suo secolo. Grande ammiratore degli inglesi, della loro libertà di pensiero e delle loro istituzioni, giovane esule, tra il 1724 e il 1728, nei teatri di Londra scoprì Shakespeare, allora in Francia del tutto sconosciuto, e contribuì alla diffusione della sua fama in tutta Europa. Solo pochi decenni dopo però – in concomitanza con la guerra dei Sette anni (1756-1763) vinta dagli inglesi – il successo del poeta inglese in Europa crebbe a dismisura, mettendo in crisi la tragedia, il ruolo della Francia nel mondo e, quindi, lo stesso Voltaire, la cui cultura significava regole, norme, principi e, soprattutto, buon gusto. Shakespeare, invece, che trascendeva i limiti aristocratici, metteva in scena non eroi ma uomini moderni, con un linguaggio ora ricercato ora triviale, unendo tragico e comico, alto e basso, divenne emblema del genio. Pur riconosciuto come il teorico della tolleranza, Voltaire vide vacillare il suo mondo e attaccò il poeta inglese, che considerava un barbaro e il cui sorprendente successo gli parve, a un secolo e mezzo dalla morte, uno scandalo intollerabile. Ma sapeva, dal punto di vista letterario e teatrale, di essere ormai uno sconfitto.

La storia del rapporto tra Voltaire e l’ingombrante eredità di Shakespeare che, con il suo genio, pose fine alla tradizione del mondo classico e all’egemonia culturale francese, annunciò il Romanticismo e aprì alla modernità. Un capitolo affascinante della storia della cultura europea. Voltaire è stato il primo grande intellettuale in senso moderno: l’autore più letto, criticato, discusso ed emulato del suo secolo. Grande ammiratore degli inglesi, della loro libertà di pensiero e delle loro istituzioni, giovane esule, tra il 1724 e il 1728, nei teatri di Londra scoprì Shakespeare, allora in Francia del tutto sconosciuto, e contribuì alla diffusione della sua fama in tutta Europa. Solo pochi decenni dopo però – in concomitanza con la guerra dei Sette anni (1756-1763) vinta dagli inglesi – il successo del poeta inglese in Europa crebbe a dismisura, mettendo in crisi la tragedia, il ruolo della Francia nel mondo e, quindi, lo stesso Voltaire, la cui cultura significava regole, norme, principi e, soprattutto, buon gusto. Shakespeare, invece, che trascendeva i limiti aristocratici, metteva in scena non eroi ma uomini moderni, con un linguaggio ora ricercato ora triviale, unendo tragico e comico, alto e basso, divenne emblema del genio. Pur riconosciuto come il teorico della tolleranza, Voltaire vide vacillare il suo mondo e attaccò il poeta inglese, che considerava un barbaro e il cui sorprendente successo gli parve, a un secolo e mezzo dalla morte, uno scandalo intollerabile. Ma sapeva, dal punto di vista letterario e teatrale, di essere ormai uno sconfitto.

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Ricordati Di Me

« *Attingendo con la stessa scrupolosità da Derrida come da Black Mirror, passando per Walter Benjamin o Simon Reynolds, Sisto sfida l’imbuto della distopia e cerca la risposta a queste domande senza pregiudizi.* »
**Robinson – la Repubblica – Marco Bracconi**
Ecco che si avvicinano gli ultimi giorni di dicembre e puntualmente Facebook ci propone un video, colorato e un po’ pacchiano, che si intitola «Il tuo anno su Facebook». Dura circa un minuto, e vi si alternano le immagini e i post che nei dodici mesi trascorsi hanno ricevuto il maggior numero di like e commenti. Alla fine del video leggiamo: **«A volte, uno sguardo al passato ci aiuta a ricordare quali sono le cose più importanti. Grazie di esserci!»**.
Proprio questo sguardo al passato – su cui sempre di più si concentrano i social network – offre a Davide Sisto lo spunto per riflettere su come cambia nell’ **era digitale** il nostro rapporto con la memoria e l’oblio. Il passato non esiste realmente: è solo una storia che raccontiamo a noi stessi. Ma cosa succede quando questa storia la raccontiamo non solo a noi ma anche ai nostri **follower** , registrandola, insieme ad altri milioni di utenti, all’interno dei nostri profili social e sul web, rendendola consultabile per sempre?
I **social network stanno diventando degli enormi archivi digitali** , a partire dai quali è possibile costruire – in maniera del tutto inedita – una grande autobiografia culturale collettiva, in cui ciascuno contribuisce con parole e immagini a delineare tanto il proprio profilo biografico quanto quello degli altri, plasmando insieme la memoria personale e quella collettiva.
Con gli strumenti della filosofia – che nelle mani di Sisto non ha paura di confrontarsi con i temi più caldi e controversi della **cultura digitale** – *Ricordati di me* ci aiuta a esplorare la rivoluzione digitale in corso, che lascerà agli storici del futuro un patrimonio di tipo nuovo. L’organizzazione collettiva dei testi e del linguaggio, che si verifica quotidianamente online, infatti, incoraggia una scrittura non creativa, che per la prima volta attribuisce valore al plagio, al furto, al copia e incolla, all’appropriazione dei testi altrui, ma anche alla cooperazione generale e alla **solidarietà scientifica e letteraria**.

« *Attingendo con la stessa scrupolosità da Derrida come da Black Mirror, passando per Walter Benjamin o Simon Reynolds, Sisto sfida l’imbuto della distopia e cerca la risposta a queste domande senza pregiudizi.* »
**Robinson – la Repubblica – Marco Bracconi**
Ecco che si avvicinano gli ultimi giorni di dicembre e puntualmente Facebook ci propone un video, colorato e un po’ pacchiano, che si intitola «Il tuo anno su Facebook». Dura circa un minuto, e vi si alternano le immagini e i post che nei dodici mesi trascorsi hanno ricevuto il maggior numero di like e commenti. Alla fine del video leggiamo: **«A volte, uno sguardo al passato ci aiuta a ricordare quali sono le cose più importanti. Grazie di esserci!»**.
Proprio questo sguardo al passato – su cui sempre di più si concentrano i social network – offre a Davide Sisto lo spunto per riflettere su come cambia nell’ **era digitale** il nostro rapporto con la memoria e l’oblio. Il passato non esiste realmente: è solo una storia che raccontiamo a noi stessi. Ma cosa succede quando questa storia la raccontiamo non solo a noi ma anche ai nostri **follower** , registrandola, insieme ad altri milioni di utenti, all’interno dei nostri profili social e sul web, rendendola consultabile per sempre?
I **social network stanno diventando degli enormi archivi digitali** , a partire dai quali è possibile costruire – in maniera del tutto inedita – una grande autobiografia culturale collettiva, in cui ciascuno contribuisce con parole e immagini a delineare tanto il proprio profilo biografico quanto quello degli altri, plasmando insieme la memoria personale e quella collettiva.
Con gli strumenti della filosofia – che nelle mani di Sisto non ha paura di confrontarsi con i temi più caldi e controversi della **cultura digitale** – *Ricordati di me* ci aiuta a esplorare la rivoluzione digitale in corso, che lascerà agli storici del futuro un patrimonio di tipo nuovo. L’organizzazione collettiva dei testi e del linguaggio, che si verifica quotidianamente online, infatti, incoraggia una scrittura non creativa, che per la prima volta attribuisce valore al plagio, al furto, al copia e incolla, all’appropriazione dei testi altrui, ma anche alla cooperazione generale e alla **solidarietà scientifica e letteraria**.

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Le lacrime di Roma

Tesi di fondo di questo libro è che nell’antica Roma il pianto è alquanto diffuso e accompagna gli avvenimenti della vita pubblica e privata. Si tratta di esercitare un potere politico e simbolico: per aumentare la loro autorità, senatori, imperatori e brillanti condottieri non esitano a versare lacrime. Esse vengono usate nelle più svariate situazioni: per esprimere la sofferenza del lutto, la volontà di espiazione quando oscuri presagi appaiono minacciosi, la paura di un’esclusione sociale per cui si invoca la tradizione della propria famiglia; per manifestare la propria grandezza d’animo davanti agli sconfitti. L’autrice si sofferma poi sul messaggio politico che le lacrime diffondono, sul momento calibrato in cui compaiono. Esamina con cura testi e tradizioni, sconfessando l’immagine monolitica dei romani come un popolo duro e crudele. Il tema del libro ha un interesse generale, in un momento in cui si recupera lo studio delle emozioni, la loro spontaneità o la loro calcolata esternazione, il loro ruolo nelle traiettorie individuali nelle relazioni interpersonali.
Nel gennaio 2016 il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha pianto in pubblico. Sottolineando l’intreccio di forza e debolezza, la stampa si è interrogata: «Obama ha reso accettabile il fatto di piangere in pubblico?» In realtà la novità è meno importante di ciò che lascia intravedere: un’attenzione collettiva verso le lacrime. Il dato che forse colpisce di più è che tale attenzione nasce da una dimenticanza. Le lacrime un tempo erano frequenti, tanto in pubblico quanto in privato. Nella Roma antica fornivano un ausilio imprescindibile al politico, erano l’arma preferita degli oratori e il mezzo con cui distinguersi dal volgo. Contribuivano anche a veicolare i presagi riguardanti la città. Le lacrime, insomma, scorrevano abbondanti tra i romani. Gli imperatori, il popolo, i senatori, i soldati piangono. I dibattiti pubblici, i processi, le ambasciate, tutto è pretesto per riversare emozioni. Piú dei greci, che già piangevano abbastanza, i romani hanno la lacrima facile. Essi vengono spesso dipinti come conquistatori spietati (e lo erano). Ma se ne mostrano troppo poco i momenti di fragilità. Così la (cattiva) reputazione dei romani ha scoraggiato finora qualunque ricerca generale sulle lacrime, mentre i lamenti degli eroi greci hanno fatto versare fiumi d’inchiostro. In questa storia della forza romana al rovescio bisogna accettare di non riconoscersi, di rimanere spaesati. I comportamenti sociali dei romani, tanto spesso punteggiati di lacrime, ci disorientano. Ma fare un passo di lato permette di vedere più chiaro.

Tesi di fondo di questo libro è che nell’antica Roma il pianto è alquanto diffuso e accompagna gli avvenimenti della vita pubblica e privata. Si tratta di esercitare un potere politico e simbolico: per aumentare la loro autorità, senatori, imperatori e brillanti condottieri non esitano a versare lacrime. Esse vengono usate nelle più svariate situazioni: per esprimere la sofferenza del lutto, la volontà di espiazione quando oscuri presagi appaiono minacciosi, la paura di un’esclusione sociale per cui si invoca la tradizione della propria famiglia; per manifestare la propria grandezza d’animo davanti agli sconfitti. L’autrice si sofferma poi sul messaggio politico che le lacrime diffondono, sul momento calibrato in cui compaiono. Esamina con cura testi e tradizioni, sconfessando l’immagine monolitica dei romani come un popolo duro e crudele. Il tema del libro ha un interesse generale, in un momento in cui si recupera lo studio delle emozioni, la loro spontaneità o la loro calcolata esternazione, il loro ruolo nelle traiettorie individuali nelle relazioni interpersonali.
Nel gennaio 2016 il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha pianto in pubblico. Sottolineando l’intreccio di forza e debolezza, la stampa si è interrogata: «Obama ha reso accettabile il fatto di piangere in pubblico?» In realtà la novità è meno importante di ciò che lascia intravedere: un’attenzione collettiva verso le lacrime. Il dato che forse colpisce di più è che tale attenzione nasce da una dimenticanza. Le lacrime un tempo erano frequenti, tanto in pubblico quanto in privato. Nella Roma antica fornivano un ausilio imprescindibile al politico, erano l’arma preferita degli oratori e il mezzo con cui distinguersi dal volgo. Contribuivano anche a veicolare i presagi riguardanti la città. Le lacrime, insomma, scorrevano abbondanti tra i romani. Gli imperatori, il popolo, i senatori, i soldati piangono. I dibattiti pubblici, i processi, le ambasciate, tutto è pretesto per riversare emozioni. Piú dei greci, che già piangevano abbastanza, i romani hanno la lacrima facile. Essi vengono spesso dipinti come conquistatori spietati (e lo erano). Ma se ne mostrano troppo poco i momenti di fragilità. Così la (cattiva) reputazione dei romani ha scoraggiato finora qualunque ricerca generale sulle lacrime, mentre i lamenti degli eroi greci hanno fatto versare fiumi d’inchiostro. In questa storia della forza romana al rovescio bisogna accettare di non riconoscersi, di rimanere spaesati. I comportamenti sociali dei romani, tanto spesso punteggiati di lacrime, ci disorientano. Ma fare un passo di lato permette di vedere più chiaro.

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L’Impero Nascosto

L’America si è sempre vantata di essere un esempio di sovranità e indipendenza. Sappiamo che ha diffuso il suo denaro, la sua lingua e cultura in giro per il mondo, ma continuiamo a pensare ad essa come a un universo geo-graficamente ben definito, limitato a nord dal Canada, a sud dal Messico e dagli oceani ai lati. Nulla di meno vero. A partire dall’Ottocento, gli Stati Uniti cominciarono ad annettere numerosissimi territori oltremare e dopo la Seconda guerra mondiale l’impero americano raggiunse la sua massima espansione, con piú persone che vivevano al di fuori del continente che al suo interno. Tuttavia, negli anni che seguirono, si concepí un nuovo tipo di influenza che non richiedesse il controllo delle colonie, anche grazie a innovazioni in diversi campi (dall’elettronica ai trasporti e dalla medicina alla cultura popolare). La pillola anticoncezionale, la chemioterapia, la plastica, Godzilla, i Beatles, lo stesso nome «America»: non possiamo capire niente di tutto ciò senza comprendere il concetto di impero territoriale. Ricco di sorprese e analisi innovative, sempre animato da una concezione originale di cosa significhino oggi impero e globalizzazione, questo libro getta una luce piena di contrasti sul ruolo degli Stati Uniti nella storia mondiale.
«Definire questo straordinario libro un atto correttivo, lo farebbe sembrare zelante e disciplinato, quando in realtà è pungente, godibile e spesso sorprendente. Al di là della raccolta di aneddoti e curiosità, il saggio offre qualcosa di piú ricco e piú profondo. Mescola abilmente l’ampiezza dello sguardo con una particolare attenzione per i dettagli. Il risultato è una storia provocatoria e avvincente degli Stati Uniti, non per come appare nelle fantasie americane, ma per come è per davvero».
**«The New York Times»**

L’America si è sempre vantata di essere un esempio di sovranità e indipendenza. Sappiamo che ha diffuso il suo denaro, la sua lingua e cultura in giro per il mondo, ma continuiamo a pensare ad essa come a un universo geo-graficamente ben definito, limitato a nord dal Canada, a sud dal Messico e dagli oceani ai lati. Nulla di meno vero. A partire dall’Ottocento, gli Stati Uniti cominciarono ad annettere numerosissimi territori oltremare e dopo la Seconda guerra mondiale l’impero americano raggiunse la sua massima espansione, con piú persone che vivevano al di fuori del continente che al suo interno. Tuttavia, negli anni che seguirono, si concepí un nuovo tipo di influenza che non richiedesse il controllo delle colonie, anche grazie a innovazioni in diversi campi (dall’elettronica ai trasporti e dalla medicina alla cultura popolare). La pillola anticoncezionale, la chemioterapia, la plastica, Godzilla, i Beatles, lo stesso nome «America»: non possiamo capire niente di tutto ciò senza comprendere il concetto di impero territoriale. Ricco di sorprese e analisi innovative, sempre animato da una concezione originale di cosa significhino oggi impero e globalizzazione, questo libro getta una luce piena di contrasti sul ruolo degli Stati Uniti nella storia mondiale.
«Definire questo straordinario libro un atto correttivo, lo farebbe sembrare zelante e disciplinato, quando in realtà è pungente, godibile e spesso sorprendente. Al di là della raccolta di aneddoti e curiosità, il saggio offre qualcosa di piú ricco e piú profondo. Mescola abilmente l’ampiezza dello sguardo con una particolare attenzione per i dettagli. Il risultato è una storia provocatoria e avvincente degli Stati Uniti, non per come appare nelle fantasie americane, ma per come è per davvero».
**«The New York Times»**

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L’autunno del Medioevo

Questo straordinario affresco della società franco-borgognona dei secoli XIV e XV continua a rimanere, a cento anni dalla sua apparizione, punto di riferimento imprescindibile per studiosi e lettori di tutto il mondo. Fu una “scintilla spirituale”, in un periodo in cui l’autore nutriva grande ammirazione per l’arte dei fratelli Van Eyck, a spingerlo a scrivere del Tardo Medioevo come crepuscolo di qualcosa che stava svanendo e si stava nel contempo rinnovando, evidenziando in tal modo una linea di continuità tra Medioevo e Rinascimento: “Il rapporto tra il nascente Umanesimo e il declinante spirito del Medioevo è molto meno semplice di quanto siamo portati a credere”. Da questa straordinaria sintesi di erudizione e capacità affabulatoria, di fonti letterarie e arti figurative emergono donne e uomini, più o meno celebri, che vogliono sopravvivere alla durezza dell’esistenza cercando un senso in nuove forme di vita e di pensiero, in esperienze sia intellettuali e artistiche sia quotidiane e banali. Huizinga riassume tale aspirazione a una vita migliore mediante l’analisi approfondita e appassionata di temi quali la religione cristiana, l’ideale cavalleresco o monastico, l’onore e il coraggio, l’amore e l’erotismo, la bellezza, la vita, la morte. Un’opera che può essere letta anche come una conferma delle radici culturali comuni a tutti gli europei, radici che l’uomo Huizinga difese strenuamente prima contro gli ipernazionalismi dell’epoca e poi contro il nazismo.

Questo straordinario affresco della società franco-borgognona dei secoli XIV e XV continua a rimanere, a cento anni dalla sua apparizione, punto di riferimento imprescindibile per studiosi e lettori di tutto il mondo. Fu una “scintilla spirituale”, in un periodo in cui l’autore nutriva grande ammirazione per l’arte dei fratelli Van Eyck, a spingerlo a scrivere del Tardo Medioevo come crepuscolo di qualcosa che stava svanendo e si stava nel contempo rinnovando, evidenziando in tal modo una linea di continuità tra Medioevo e Rinascimento: “Il rapporto tra il nascente Umanesimo e il declinante spirito del Medioevo è molto meno semplice di quanto siamo portati a credere”. Da questa straordinaria sintesi di erudizione e capacità affabulatoria, di fonti letterarie e arti figurative emergono donne e uomini, più o meno celebri, che vogliono sopravvivere alla durezza dell’esistenza cercando un senso in nuove forme di vita e di pensiero, in esperienze sia intellettuali e artistiche sia quotidiane e banali. Huizinga riassume tale aspirazione a una vita migliore mediante l’analisi approfondita e appassionata di temi quali la religione cristiana, l’ideale cavalleresco o monastico, l’onore e il coraggio, l’amore e l’erotismo, la bellezza, la vita, la morte. Un’opera che può essere letta anche come una conferma delle radici culturali comuni a tutti gli europei, radici che l’uomo Huizinga difese strenuamente prima contro gli ipernazionalismi dell’epoca e poi contro il nazismo.

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Il fantasma dei fatti

«Vi hanno mandato loro?» chiede Tom il Greco ai due sconosciuti che bussano alla porta della sua casa di vacanza in Québec. «Loro» sono gli uomini della Cia, l’Agenzia che Thomas Karamessines, detto il Greco, ha servito per tutta la vita. C’era proprio lui, infatti, a capo della stazione di Roma quando, tra il 1961 e il 1963, con la morte di Mario Tchou, l’attentato a Enrico Mattei, le incriminazioni e le condanne di Felice Ippolito e di Domenico Marotta, l’Italia perdeva di colpo ogni competitività in campo scientifico, politico ed energetico, avviandosi verso il declino attuale. Una semplice coincidenza? O dietro quel punto di svolta così drammatico per il nostro paese si nascondeva la *longa manus* della Cia e di Tom il Greco?
Dopo l’Italia, una lunga carriera avrebbe portato Karamessines a giocare un ruolo anche nei misteri più bui della politica internazionale, dall’assassinio di Kennedy alla cattura di Che Guevara e al golpe in
Cile. Ci sono, però, intrighi e segreti di stato che nemmeno gli uomini più scaltri riescono a tenere sotto controllo. Segreti che, in ore estreme, quando quei due sconosciuti bussano alla sua porta, non ha più senso nascondere. A partire da questa figura sfuggente, l’ossessione di un protagonista che ha lo stesso nome dell’autore si trasforma in una lunga indagine, e in un romanzo che intreccia i «fatti» con le zone oscure degli eventi, illuminate dall’immaginazione. Perché, come sostiene Sciascia, non sono tanto i fatti quanto «i fantasmi dei fatti» a costituire la vera materia della letteratura.

«Vi hanno mandato loro?» chiede Tom il Greco ai due sconosciuti che bussano alla porta della sua casa di vacanza in Québec. «Loro» sono gli uomini della Cia, l’Agenzia che Thomas Karamessines, detto il Greco, ha servito per tutta la vita. C’era proprio lui, infatti, a capo della stazione di Roma quando, tra il 1961 e il 1963, con la morte di Mario Tchou, l’attentato a Enrico Mattei, le incriminazioni e le condanne di Felice Ippolito e di Domenico Marotta, l’Italia perdeva di colpo ogni competitività in campo scientifico, politico ed energetico, avviandosi verso il declino attuale. Una semplice coincidenza? O dietro quel punto di svolta così drammatico per il nostro paese si nascondeva la *longa manus* della Cia e di Tom il Greco?
Dopo l’Italia, una lunga carriera avrebbe portato Karamessines a giocare un ruolo anche nei misteri più bui della politica internazionale, dall’assassinio di Kennedy alla cattura di Che Guevara e al golpe in
Cile. Ci sono, però, intrighi e segreti di stato che nemmeno gli uomini più scaltri riescono a tenere sotto controllo. Segreti che, in ore estreme, quando quei due sconosciuti bussano alla sua porta, non ha più senso nascondere. A partire da questa figura sfuggente, l’ossessione di un protagonista che ha lo stesso nome dell’autore si trasforma in una lunga indagine, e in un romanzo che intreccia i «fatti» con le zone oscure degli eventi, illuminate dall’immaginazione. Perché, come sostiene Sciascia, non sono tanto i fatti quanto «i fantasmi dei fatti» a costituire la vera materia della letteratura.

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Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza

Nuova edizione ampliata
L’opera scientifica che più di ogni altra ci ha avvicinato, in questi ultimi anni, a quel “teatro segreto fatto di monologhi senza parole e di consigli prevenienti, dimora invisibile di tutti gli umori, le meditazioni e i misteri” che si chiama *coscienza*.

Nuova edizione ampliata
L’opera scientifica che più di ogni altra ci ha avvicinato, in questi ultimi anni, a quel “teatro segreto fatto di monologhi senza parole e di consigli prevenienti, dimora invisibile di tutti gli umori, le meditazioni e i misteri” che si chiama *coscienza*.

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Da Minosse a Omero

L’Egeo è il mare su cui sta l’Arcipelago in cui si scrive, come una profezia, l’origine dell’Occidente. Oltre che per lo splendore di mare e isole, all’Egeo si ritorna con quell’idea non dichiarata di rifare un percorso verso le fonti da cui proveniamo e verso l’irriducibile differenza che ci ha generato. Louis Godart inizia il suo viaggio antichissimo da storie che si svolgono fra Ottocento e Novecento e che hanno per protagonisti Heinrich Schliemann, Arthur John Evans e Michael Ventris, che attraverso gli scavi di Troia, Micene, Cnosso e la decifrazione della Lineare B hanno restituito alla storia i mondi scomparsi dell’epopea omerica. Dalle vicissitudini di questi uomini, dalla loro passione individuale, Louis Godart, con un itinerario fondato su fonti archeologiche anche di prima mano, parte alla scoperta delle antiche radici della storia dell’Egeo. Dal Paleolitico si arriva fino alla glittica del Bronzo Antico e alle statuette cicladiche, primissima, insuperata testimonianza della venerazione per la dea madre che attraversa tutto il Mediterraneo. Da qui si continua con le tracce delle nove città di Troia e con un’ipotesi per quella di Priamo, e poi ancora con il complesso della civiltà cicladica, al cui centro sta l’evento distruttivo e capitale dell’esplosione del vulcano di Santorini, che distrugge la città di Thera, ne conserva le pitture murali, come in una Pompei cicladica, e forse fonda il mito non tramontato di Atlantide. E poi Creta, che in questo libro splende piú che mai al centro di un Mediterraneo fitto di traffici che vanno dall’interno del continente asiatico attraverso le coste dell’attuale Siria fino all’Egitto dei Faraoni. Un’isola di cui si seguono le ragioni possibili del passaggio dalla civiltà palaziale minoica, figurata nel mito di Minosse, a quella piú concreta e mercantile, ma ugualmente raffinata, dei greci micenei, il transito dallo Stato minoico a quello miceneo. Creta e l’Egeo, la loro cultura, l’apparizione della scrittura , i luoghi di culto, i poteri, i commerci, gli scambi e i miti, vengono scolpiti da Louis Godart in questo libro come crocevia di mondi fra oriente e occidente, come luogo di trasformazioni, di guerre e certamente di rapine, un universo di conflitti che portarono per vie affini all’epopea di Gilgameš come a quelle dell’ *Iliade* e dell’ *Odissea*. Piú seducenti di una leggenda, piú icastiche di un mito, le ipotesi scientifiche di Godart trasformano il nostro sguardo su ciò che credevamo di conoscere.
«Insenature, stretti e montagne disegnano lo spazio liquido e vi delimitano tante patrie autonome: il Mar Nero, l’Adriatico, il Tirreno, lo Ionio, il Mar Libico, l’Egeo. Tra queste, nell’immaginario collettivo l’Egeo occupa un posto privilegiato. È il mare delle vacanze e delle crociere spensierate, il lembo estremo d’Europa che abbraccia l’Oriente dove è nata la Storia e l’Egitto dei faraoni che osava sacrificare all’aldilà l’essenziale delle sue ricchezze. In una delle isole dell’Egeo Zeus, il signore degli dèi, scelse di unirsi a Europa, la bella figlia del re di Tiro, Agenore, e dall’unione nacque, tra l’altro, Minosse, il primo sovrano che la storia d’Europa ricordi. Sulle spiagge di Creta è morta come una marea stanca la fase orientale della storia dell’umanità. In una delle isole dell’Egeo, Delo, Latona ha partorito Apollo e sua sorella Artemide. Il dio afferma costantemente la propria presenza nell’Egeo colorando di blu intenso il mare e carezzando della sua luce abbagliante il bianco delle case degli abitanti delle isole (…) Dalla fine dell’Ottocento, grazie all’entusiasmo e alla perseveranza di tre protagonisti, Heinrich Schliemann, Arthur Evans e Michael Ventris, gli antichi miti del- l’Egeo sono diventati storia e il mondo delle civiltà egee è uscito dalle nebbie del passato per materializzarsi davanti ai nostri occhi incantati. Ecco la sua storia».

L’Egeo è il mare su cui sta l’Arcipelago in cui si scrive, come una profezia, l’origine dell’Occidente. Oltre che per lo splendore di mare e isole, all’Egeo si ritorna con quell’idea non dichiarata di rifare un percorso verso le fonti da cui proveniamo e verso l’irriducibile differenza che ci ha generato. Louis Godart inizia il suo viaggio antichissimo da storie che si svolgono fra Ottocento e Novecento e che hanno per protagonisti Heinrich Schliemann, Arthur John Evans e Michael Ventris, che attraverso gli scavi di Troia, Micene, Cnosso e la decifrazione della Lineare B hanno restituito alla storia i mondi scomparsi dell’epopea omerica. Dalle vicissitudini di questi uomini, dalla loro passione individuale, Louis Godart, con un itinerario fondato su fonti archeologiche anche di prima mano, parte alla scoperta delle antiche radici della storia dell’Egeo. Dal Paleolitico si arriva fino alla glittica del Bronzo Antico e alle statuette cicladiche, primissima, insuperata testimonianza della venerazione per la dea madre che attraversa tutto il Mediterraneo. Da qui si continua con le tracce delle nove città di Troia e con un’ipotesi per quella di Priamo, e poi ancora con il complesso della civiltà cicladica, al cui centro sta l’evento distruttivo e capitale dell’esplosione del vulcano di Santorini, che distrugge la città di Thera, ne conserva le pitture murali, come in una Pompei cicladica, e forse fonda il mito non tramontato di Atlantide. E poi Creta, che in questo libro splende piú che mai al centro di un Mediterraneo fitto di traffici che vanno dall’interno del continente asiatico attraverso le coste dell’attuale Siria fino all’Egitto dei Faraoni. Un’isola di cui si seguono le ragioni possibili del passaggio dalla civiltà palaziale minoica, figurata nel mito di Minosse, a quella piú concreta e mercantile, ma ugualmente raffinata, dei greci micenei, il transito dallo Stato minoico a quello miceneo. Creta e l’Egeo, la loro cultura, l’apparizione della scrittura , i luoghi di culto, i poteri, i commerci, gli scambi e i miti, vengono scolpiti da Louis Godart in questo libro come crocevia di mondi fra oriente e occidente, come luogo di trasformazioni, di guerre e certamente di rapine, un universo di conflitti che portarono per vie affini all’epopea di Gilgameš come a quelle dell’ *Iliade* e dell’ *Odissea*. Piú seducenti di una leggenda, piú icastiche di un mito, le ipotesi scientifiche di Godart trasformano il nostro sguardo su ciò che credevamo di conoscere.
«Insenature, stretti e montagne disegnano lo spazio liquido e vi delimitano tante patrie autonome: il Mar Nero, l’Adriatico, il Tirreno, lo Ionio, il Mar Libico, l’Egeo. Tra queste, nell’immaginario collettivo l’Egeo occupa un posto privilegiato. È il mare delle vacanze e delle crociere spensierate, il lembo estremo d’Europa che abbraccia l’Oriente dove è nata la Storia e l’Egitto dei faraoni che osava sacrificare all’aldilà l’essenziale delle sue ricchezze. In una delle isole dell’Egeo Zeus, il signore degli dèi, scelse di unirsi a Europa, la bella figlia del re di Tiro, Agenore, e dall’unione nacque, tra l’altro, Minosse, il primo sovrano che la storia d’Europa ricordi. Sulle spiagge di Creta è morta come una marea stanca la fase orientale della storia dell’umanità. In una delle isole dell’Egeo, Delo, Latona ha partorito Apollo e sua sorella Artemide. Il dio afferma costantemente la propria presenza nell’Egeo colorando di blu intenso il mare e carezzando della sua luce abbagliante il bianco delle case degli abitanti delle isole (…) Dalla fine dell’Ottocento, grazie all’entusiasmo e alla perseveranza di tre protagonisti, Heinrich Schliemann, Arthur Evans e Michael Ventris, gli antichi miti del- l’Egeo sono diventati storia e il mondo delle civiltà egee è uscito dalle nebbie del passato per materializzarsi davanti ai nostri occhi incantati. Ecco la sua storia».

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Critica della democrazia occidentale

**L’anti-leader del movimento Occupy Wall Street**
“Zuccotti Park e tutte le altre occupazioni si sono trasformate in spazi in cui sperimentare istituzioni sociali diverse. E non si sono organizzate con le modalità della democrazia diretta solo le assemblee, ma anche le cucine, le biblioteche, i presidi medici, la comunicazione e molte altre istituzioni basate sui principi dell’aiuto reciproco e dell’auto-organizzazione. Un efficace tentativo di creare la nuova società nel guscio della vecchia”.
David Graeber su *Al Jazeera* , 30 novembre 2011
È nei nuovi movimenti sociali estranei alle istituzioni e alle mitologie prevalenti che oggi si vede all’opera un ideale democratico capace di mobilitare dal basso l’intera società. E il futuro della democrazia sta proprio lì.
Nonostante la civiltà occidentale rivendichi l’invenzione della democrazia, Graeber ci mostra come in molte società «altre» ci siano state, nel tempo e nello spazio, forme democratiche basate sull’auto-organizzazione comunitaria ben lontane dal paradigma occidentale gerarchico e disegualitario. Non solo, nello stesso Occidente stiamo assistendo alla nascita tumultuosa di nuovi movimenti di critica radicale dell’esistente che stanno sperimentando una molteplicità di processi decisionali egualitari fondati su pratiche orizzontali e modalità di condivisione. Proprio questi esperimenti sociali in atto dimostrano come la democrazia sia un’invenzione molto più ricca e articolata della riduttiva concezione statuale imposta dall’Occidente come modello unico. Anzi, è proprio questo modello a essere oggi in crisi, perché è fallito il suo progetto di coniugare le procedure democratiche con i meccanismi coercitivi dello Stato e dunque creare democrazie nel senso pieno del termine.

**L’anti-leader del movimento Occupy Wall Street**
“Zuccotti Park e tutte le altre occupazioni si sono trasformate in spazi in cui sperimentare istituzioni sociali diverse. E non si sono organizzate con le modalità della democrazia diretta solo le assemblee, ma anche le cucine, le biblioteche, i presidi medici, la comunicazione e molte altre istituzioni basate sui principi dell’aiuto reciproco e dell’auto-organizzazione. Un efficace tentativo di creare la nuova società nel guscio della vecchia”.
David Graeber su *Al Jazeera* , 30 novembre 2011
È nei nuovi movimenti sociali estranei alle istituzioni e alle mitologie prevalenti che oggi si vede all’opera un ideale democratico capace di mobilitare dal basso l’intera società. E il futuro della democrazia sta proprio lì.
Nonostante la civiltà occidentale rivendichi l’invenzione della democrazia, Graeber ci mostra come in molte società «altre» ci siano state, nel tempo e nello spazio, forme democratiche basate sull’auto-organizzazione comunitaria ben lontane dal paradigma occidentale gerarchico e disegualitario. Non solo, nello stesso Occidente stiamo assistendo alla nascita tumultuosa di nuovi movimenti di critica radicale dell’esistente che stanno sperimentando una molteplicità di processi decisionali egualitari fondati su pratiche orizzontali e modalità di condivisione. Proprio questi esperimenti sociali in atto dimostrano come la democrazia sia un’invenzione molto più ricca e articolata della riduttiva concezione statuale imposta dall’Occidente come modello unico. Anzi, è proprio questo modello a essere oggi in crisi, perché è fallito il suo progetto di coniugare le procedure democratiche con i meccanismi coercitivi dello Stato e dunque creare democrazie nel senso pieno del termine.

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Anarchia: Idee per l’umanità liberata

Da oltre centocinquant’anni, gli anarchici si battono per ottenere libertà ed eguaglianza senza la mediazione di capi, politici e burocrati, iscrivendosi in una tradizione di pensiero, il socialismo libertario, che affonda le sue radici nell’Illuminismo. Da sempre, Noam Chomsky vi attinge per denunciare le manipolazioni mediatiche, gli orrori dell’imperialismo, lo sfruttamento e l’oppressione in tutte le sue forme. Questo libro, che abbraccia quarant’anni di impegno civile del più importante linguista della nostra epoca, smentisce il pregiudizio di chi associa l’anarchia al caos e alla distruzione all’incapacità di cogliere processi che caratterizzano il mondo contemporaneo. Al contrario, gli anarchici sono stati spesso protagonisti di eroici tentativi di sviluppare al massimo grado le potenzialità della civiltà industriale e della cooperazione fra gli uomini, testimoniando che cosa sono in grado di realizzare i lavoratori quando si organizzano per gestire i propri affari senza alcuna forma di coercizione e controllo. Una lettura fondamentale per i nostri giorni: nella speranza che presto non vi sia “più legittimazione per i commissari politici, i vertici aziendali e culturali, o per chiunque rivendichi il diritto di manipolarci e controllarci, in genere con argomenti pretestuosi”.
Introduzione di Barry Pateman
1\. Obiettività e cultura liberale
2\. Linguaggio e libertà
3\. Note sull’anarchismo
4\. L’importanza dell’anarco-sindacalismo
5\. Prefazione ad Antologija anarhizma
6\. Contenere la minaccia della democrazia
7\. Anarchia, marxismo e speranza per il futuro
\- Anarchismo: l’autorità deve assumersi l’onere della prova
\- Democrazia di base versus democrazia parlamentare
\- La Rivoluzione spagnola versus il colpo di Stato bolscevico
\- La «nuova classe»: da totalitaria a neoliberal
\- Il primo Marx: una figura del tardo Illuminismo
\- Ogni agente morale fa riferimento a un’idea della natura umana
\- Da due superpotenze a una sola: motivi di preoccupazione
\- Corporate mercantilism («capitalismo»): irresponsabilità delle tirannie private
\- Presagi di sventura… e segnali di speranza
8\. Obiettivi e visioni
\- Obiettivi o visioni?
\- La «concezione umanistica»
\- «Il nuovo spirito del tempo»
\- Voci della resistenza
\- «A fin di bene»
9\. L’anarchismo, gli intellettuali e lo Stato
\- L’anarchismo e lo Stato
\- Specializzazione e divisione intellettuale del lavoro
\- Coscienza e avanguardia
10\. Intervista con Barry Pateman
11\. Intervista con Ziga Vodovnik
Note

Da oltre centocinquant’anni, gli anarchici si battono per ottenere libertà ed eguaglianza senza la mediazione di capi, politici e burocrati, iscrivendosi in una tradizione di pensiero, il socialismo libertario, che affonda le sue radici nell’Illuminismo. Da sempre, Noam Chomsky vi attinge per denunciare le manipolazioni mediatiche, gli orrori dell’imperialismo, lo sfruttamento e l’oppressione in tutte le sue forme. Questo libro, che abbraccia quarant’anni di impegno civile del più importante linguista della nostra epoca, smentisce il pregiudizio di chi associa l’anarchia al caos e alla distruzione all’incapacità di cogliere processi che caratterizzano il mondo contemporaneo. Al contrario, gli anarchici sono stati spesso protagonisti di eroici tentativi di sviluppare al massimo grado le potenzialità della civiltà industriale e della cooperazione fra gli uomini, testimoniando che cosa sono in grado di realizzare i lavoratori quando si organizzano per gestire i propri affari senza alcuna forma di coercizione e controllo. Una lettura fondamentale per i nostri giorni: nella speranza che presto non vi sia “più legittimazione per i commissari politici, i vertici aziendali e culturali, o per chiunque rivendichi il diritto di manipolarci e controllarci, in genere con argomenti pretestuosi”.
Introduzione di Barry Pateman
1\. Obiettività e cultura liberale
2\. Linguaggio e libertà
3\. Note sull’anarchismo
4\. L’importanza dell’anarco-sindacalismo
5\. Prefazione ad Antologija anarhizma
6\. Contenere la minaccia della democrazia
7\. Anarchia, marxismo e speranza per il futuro
\- Anarchismo: l’autorità deve assumersi l’onere della prova
\- Democrazia di base versus democrazia parlamentare
\- La Rivoluzione spagnola versus il colpo di Stato bolscevico
\- La «nuova classe»: da totalitaria a neoliberal
\- Il primo Marx: una figura del tardo Illuminismo
\- Ogni agente morale fa riferimento a un’idea della natura umana
\- Da due superpotenze a una sola: motivi di preoccupazione
\- Corporate mercantilism («capitalismo»): irresponsabilità delle tirannie private
\- Presagi di sventura… e segnali di speranza
8\. Obiettivi e visioni
\- Obiettivi o visioni?
\- La «concezione umanistica»
\- «Il nuovo spirito del tempo»
\- Voci della resistenza
\- «A fin di bene»
9\. L’anarchismo, gli intellettuali e lo Stato
\- L’anarchismo e lo Stato
\- Specializzazione e divisione intellettuale del lavoro
\- Coscienza e avanguardia
10\. Intervista con Barry Pateman
11\. Intervista con Ziga Vodovnik
Note

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Agostino d’Ippona

Questa celebre biografia, ormai considerata un classico all’altezza di quella personalità eccezionale, di quel genio intellettuale che fu Agostino d’Ippona per la tarda antichità e per tutta la storia successiva del mondo occidentale, viene ora riproposta in un’edizione notevolmente ampliata. Il recente ritrovamento di un imponente numero di lettere e sermoni, che gettano nuova luce sui primi e gli ultimi anni del ministero agostiniano, ha infatti indotto Peter Brown a rivedere e ricollocare in diversa prospettiva storica alcuni aspetti essenziali dell’attività vescovile e della teologia agostiniana.

Questa celebre biografia, ormai considerata un classico all’altezza di quella personalità eccezionale, di quel genio intellettuale che fu Agostino d’Ippona per la tarda antichità e per tutta la storia successiva del mondo occidentale, viene ora riproposta in un’edizione notevolmente ampliata. Il recente ritrovamento di un imponente numero di lettere e sermoni, che gettano nuova luce sui primi e gli ultimi anni del ministero agostiniano, ha infatti indotto Peter Brown a rivedere e ricollocare in diversa prospettiva storica alcuni aspetti essenziali dell’attività vescovile e della teologia agostiniana.

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La Storia Segreta Del KGB

Dalla Rivoluzione d’Ottobre a Gorbaciov: la storia di una nazione, di un movimento e di un’idea che cercarono di vincere la loro battaglia anche con il contributo del più potente servizio segreto del XX secolo. La storia del KGB viene qui dettagliatamente ricostruita da due autori d’eccezione: Christopher Andrew, tra i più autorevoli esperti di intelligence mondiale, e Oleg Gordievskij, ex agente del KGB e poi collaboratore del MI6 britannico, offrono una prospettiva unica sulle vicende e i protagonisti dei servizi di spionaggio russi a partire dalle origini zariste, poi sotto Lenin e Stalin, durante la Seconda guerra mondiale e la Guerra fredda, fino agli anni della distensione e al crollo del blocco sovietico a partire dal 1989. Una ricerca approfondita e documentata, che illumina le strategie di intelligence dell’URSS e gli incarichi degli agenti del KGB in patria e in Occidente. Un’intrigante ricostruzione, ricca di rivelazioni su episodi e personaggi spesso sconosciuti ma che giocarono un ruolo cruciale negli eventi del Novecento.

Dalla Rivoluzione d’Ottobre a Gorbaciov: la storia di una nazione, di un movimento e di un’idea che cercarono di vincere la loro battaglia anche con il contributo del più potente servizio segreto del XX secolo. La storia del KGB viene qui dettagliatamente ricostruita da due autori d’eccezione: Christopher Andrew, tra i più autorevoli esperti di intelligence mondiale, e Oleg Gordievskij, ex agente del KGB e poi collaboratore del MI6 britannico, offrono una prospettiva unica sulle vicende e i protagonisti dei servizi di spionaggio russi a partire dalle origini zariste, poi sotto Lenin e Stalin, durante la Seconda guerra mondiale e la Guerra fredda, fino agli anni della distensione e al crollo del blocco sovietico a partire dal 1989. Una ricerca approfondita e documentata, che illumina le strategie di intelligence dell’URSS e gli incarichi degli agenti del KGB in patria e in Occidente. Un’intrigante ricostruzione, ricca di rivelazioni su episodi e personaggi spesso sconosciuti ma che giocarono un ruolo cruciale negli eventi del Novecento.

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La buona fede

“Essere morali allo scopo di produrre ricchezza, esserebuoni per essere ricchi, significa non essere morali enon essere buoni.”       Emanuele Severino affronta la filosofia morale, la “ragion pratica”, e discute della “virtù” sollevando il velo dei luoghi comuni sulla buona fede, l’etica della tradizione, il matrimonio cattolico, la preghiera, la volontà di verità. Dalla corruzione pubblica alle marce contro i pedofili, dalle implicazioni del “Padre nostro” ai fondamenti dell’etica laica, dalle pratiche contraccettive ammesse dalla Chiesa all’indifferenza dei popoli ricchi per le sofferenze di quelli poveri, tutti argomenti noti ma visti per la prima volta da una prospettiva radicalmente nuova, quale è quella di Severino. Attraverso l’analisi e la critica del pensiero di giganti come Platone, Aristotele, Spinoza, Kant, Bergson, Nietzsche, si snoda un intenso percorso di riflessione sull’essenza e sulle contraddizioni della ragion pratica, che conduce allo smascheramento e alla presa di coscienza della “follia dell’Occidente”.

“Essere morali allo scopo di produrre ricchezza, esserebuoni per essere ricchi, significa non essere morali enon essere buoni.”       Emanuele Severino affronta la filosofia morale, la “ragion pratica”, e discute della “virtù” sollevando il velo dei luoghi comuni sulla buona fede, l’etica della tradizione, il matrimonio cattolico, la preghiera, la volontà di verità. Dalla corruzione pubblica alle marce contro i pedofili, dalle implicazioni del “Padre nostro” ai fondamenti dell’etica laica, dalle pratiche contraccettive ammesse dalla Chiesa all’indifferenza dei popoli ricchi per le sofferenze di quelli poveri, tutti argomenti noti ma visti per la prima volta da una prospettiva radicalmente nuova, quale è quella di Severino. Attraverso l’analisi e la critica del pensiero di giganti come Platone, Aristotele, Spinoza, Kant, Bergson, Nietzsche, si snoda un intenso percorso di riflessione sull’essenza e sulle contraddizioni della ragion pratica, che conduce allo smascheramento e alla presa di coscienza della “follia dell’Occidente”.

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Il declino della violenza: Perché quella che stiamo vivendo è probabilmente l’epoca più pacifica della storia

Il XX secolo, con lo spaventoso numero di vittime provocate da due guerre mondiali e vari genocidi, è stato definito “il secolo più violento della storia”, e l’alba del nuovo millennio sembra prefigurare scenari non meno inquietanti, diffondendo ovunque una crescente sensazione di insicurezza e paura. Eppure, anche se può sembrare incredibile, in passato la vita sul nostro pianeta è stata di gran lunga più violenta e spietata, e quella che stiamo vivendo è probabilmente “l’era più pacifica della storia della nostra specie”. A sostenere questa tesi in apparenza paradossale e destinata a far discutere è Steven Pinker, il quale dimostra, statistiche alla mano, che il calo della violenza può essere addirittura quantificato. E le cifre che fornisce sono impressionanti. Le guerre tribali hanno causato, in rapporto alla popolazione mondiale del tempo, quasi il decuplo dei morti delle guerre e dei genocidi del Novecento. Il tasso di omicidi nell’Europa medievale era oltre trenta volte quello attuale. Schiavitù, torture, pene atroci ed esecuzioni capitali per futili motivi sono state per millenni ordinaria amministrazione, salvo poi essere bandite, nel volgere di un paio di secoli, dagli ordinamenti giuridici e dalla coscienza collettiva di tutte le nazioni democratiche. Oggi, invece, i conflitti fra paesi sviluppati sono scomparsi, e anche il tributo di sangue di quelli nel Terzo mondo è infinitamente minore rispetto a soli pochi decenni fa. Inoltre, delitti, crimini d’odio, linciaggi, pogrom, stupri, abusi sui minori, crudeltà verso gli animali sono tutti significativamente diminuiti dopo l’emanazione delle prime carte dei diritti dell’età moderna. Ma che cosa ha determinato questo declino della violenza, se nel frattempo la mente e il cuore dell’uomo sono rimasti più o meno gli stessi? Secondo Pinker, tale processo di portata epocale è dovuto al trionfo dei “migliori angeli” della nostra natura (empatia, autocontrollo, moralità e ragione) sui nostri “demoni interiori” (predazione, dominanza, vendetta, sadismo e ideologia), un trionfo reso possibile dalle istanze civilizzatrici su cui l’Occidente ha fondato la propria identità: monopolio statale dell’impiego legittimo della forza, alfabetizzazione, cosmopolitismo, libertà di commercio, “femminizzazione” della società, e un uso sempre più ampio della razionalità nell’agire economico e nel dibattito pubblico. Così, prendere atto della graduale riduzione di tutte le forme di violenza nel corso della storia non solo rende ai nostri occhi il passato meno innocente e il presente meno sinistro, ma ci costringe a ripensare radicalmente le nostre più profonde convinzioni sul progresso, la modernità e la natura umana.

Il XX secolo, con lo spaventoso numero di vittime provocate da due guerre mondiali e vari genocidi, è stato definito “il secolo più violento della storia”, e l’alba del nuovo millennio sembra prefigurare scenari non meno inquietanti, diffondendo ovunque una crescente sensazione di insicurezza e paura. Eppure, anche se può sembrare incredibile, in passato la vita sul nostro pianeta è stata di gran lunga più violenta e spietata, e quella che stiamo vivendo è probabilmente “l’era più pacifica della storia della nostra specie”. A sostenere questa tesi in apparenza paradossale e destinata a far discutere è Steven Pinker, il quale dimostra, statistiche alla mano, che il calo della violenza può essere addirittura quantificato. E le cifre che fornisce sono impressionanti. Le guerre tribali hanno causato, in rapporto alla popolazione mondiale del tempo, quasi il decuplo dei morti delle guerre e dei genocidi del Novecento. Il tasso di omicidi nell’Europa medievale era oltre trenta volte quello attuale. Schiavitù, torture, pene atroci ed esecuzioni capitali per futili motivi sono state per millenni ordinaria amministrazione, salvo poi essere bandite, nel volgere di un paio di secoli, dagli ordinamenti giuridici e dalla coscienza collettiva di tutte le nazioni democratiche. Oggi, invece, i conflitti fra paesi sviluppati sono scomparsi, e anche il tributo di sangue di quelli nel Terzo mondo è infinitamente minore rispetto a soli pochi decenni fa. Inoltre, delitti, crimini d’odio, linciaggi, pogrom, stupri, abusi sui minori, crudeltà verso gli animali sono tutti significativamente diminuiti dopo l’emanazione delle prime carte dei diritti dell’età moderna. Ma che cosa ha determinato questo declino della violenza, se nel frattempo la mente e il cuore dell’uomo sono rimasti più o meno gli stessi? Secondo Pinker, tale processo di portata epocale è dovuto al trionfo dei “migliori angeli” della nostra natura (empatia, autocontrollo, moralità e ragione) sui nostri “demoni interiori” (predazione, dominanza, vendetta, sadismo e ideologia), un trionfo reso possibile dalle istanze civilizzatrici su cui l’Occidente ha fondato la propria identità: monopolio statale dell’impiego legittimo della forza, alfabetizzazione, cosmopolitismo, libertà di commercio, “femminizzazione” della società, e un uso sempre più ampio della razionalità nell’agire economico e nel dibattito pubblico. Così, prendere atto della graduale riduzione di tutte le forme di violenza nel corso della storia non solo rende ai nostri occhi il passato meno innocente e il presente meno sinistro, ma ci costringe a ripensare radicalmente le nostre più profonde convinzioni sul progresso, la modernità e la natura umana.

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Alla conquista di Lhasa

Messi uno vicino all’altro, i titoli di Peter Hopkirk hanno qualcosa di inquietante. Il suo libro più noto, *Il Grande Gioco* , raccontava come le regioni dell’Asia centrale siano da due secoli la zona strategicamente più calda del pianeta – e lo faceva mentre gli occhi di tutti rimanevano voltati altrove. Quando invece, nel 1982, uscì *Alla conquista di Lhasa* , molti trovarono a dir poco entusiasmante la rievocazione della corsa, tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, per la conquista di quello che ancora era, nell’immaginazione popolare, il Paradiso Perduto: il Tibet. In effetti le imprese di personaggi come Annie Royle Taylor – che nel 1892 abbandonò l’East End per i sentieri himalayani, arrivando, con la sua carovana, a un passo da Lhasa – o Maurice Wilson – fermato dalle autorità inglesi in India mentre stava per realizzare l’ultima fase del suo piano, cioè schiantarsi con un biplano Gipsy Moth alle falde dell’Everest per poi proseguire fino alla vetta e innalzarvi la bandiera britannica – restano nella memoria. Ma c’è di più: nel racconto di Hopkirk sembra aleggiare la credenza antichissima secondo la quale chi conquista il Tibet conquista, semplicemente, il mondo – e si ha così la strana sensazione che le ossessioni e le avventure di singoli così come le mire di immani Stati (la Cina di oggi, ad esempio) verso quei luoghi abbiano un’origine potente e arcana.

Messi uno vicino all’altro, i titoli di Peter Hopkirk hanno qualcosa di inquietante. Il suo libro più noto, *Il Grande Gioco* , raccontava come le regioni dell’Asia centrale siano da due secoli la zona strategicamente più calda del pianeta – e lo faceva mentre gli occhi di tutti rimanevano voltati altrove. Quando invece, nel 1982, uscì *Alla conquista di Lhasa* , molti trovarono a dir poco entusiasmante la rievocazione della corsa, tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, per la conquista di quello che ancora era, nell’immaginazione popolare, il Paradiso Perduto: il Tibet. In effetti le imprese di personaggi come Annie Royle Taylor – che nel 1892 abbandonò l’East End per i sentieri himalayani, arrivando, con la sua carovana, a un passo da Lhasa – o Maurice Wilson – fermato dalle autorità inglesi in India mentre stava per realizzare l’ultima fase del suo piano, cioè schiantarsi con un biplano Gipsy Moth alle falde dell’Everest per poi proseguire fino alla vetta e innalzarvi la bandiera britannica – restano nella memoria. Ma c’è di più: nel racconto di Hopkirk sembra aleggiare la credenza antichissima secondo la quale chi conquista il Tibet conquista, semplicemente, il mondo – e si ha così la strana sensazione che le ossessioni e le avventure di singoli così come le mire di immani Stati (la Cina di oggi, ad esempio) verso quei luoghi abbiano un’origine potente e arcana.

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Pane nero. Donne e vita quotidiana nella seconda guerra mondiale

“Roma era felice, quel 10 giugno 1940, com’erano felici Milano, Torino, Cosenza, Bari, Palermo, Bologna, Firenze. La guerra sarebbe durata poche settimane e la vittoria era sicura. Parigi stava per cadere. Presto sarebbe caduta anche Londra. Milioni di donne preparavano la cena a milioni di uomini, mentre alle otto in punto, annunciate dall’uccellino della radio, nelle case italiane tornavano a farsi sentire le parole di Mussolini: “L’ora della decisione suprema è scoccata”. Cominciò così, in una serata estiva, l’avventura di guerra dell’Italia fascista. Durò cinque anni, durante i quali centinaia di migliaia di donne combatterono la più lunga battaglia della loro vita: contro la fame, contro le bombe, contro una guerra la cui fine si allontanava di giorno in giorno, sempre di più. Con la forza evocativa di un maestro neorealista, Miriam Mafai ricostruisce la vita quotidiana di questo esercito femminile. Madri, mogli, ragazze, operaie, mondine, borghesi e principesse, ebree e gentili, fasciste e partigiane, “pescecane” e borsare nere. Ne nasce un’epopea che ha come scenario le città bombardate, le campagne percorse dalle fanterie di tutti gli eserciti, Roma, città aperta. È questa la prima storia delle donne vissute negli anni del “pane nero”, anni che le videro balzare al ruolo di capofamiglia e di uniche vincitrici della guerra perduta.

“Roma era felice, quel 10 giugno 1940, com’erano felici Milano, Torino, Cosenza, Bari, Palermo, Bologna, Firenze. La guerra sarebbe durata poche settimane e la vittoria era sicura. Parigi stava per cadere. Presto sarebbe caduta anche Londra. Milioni di donne preparavano la cena a milioni di uomini, mentre alle otto in punto, annunciate dall’uccellino della radio, nelle case italiane tornavano a farsi sentire le parole di Mussolini: “L’ora della decisione suprema è scoccata”. Cominciò così, in una serata estiva, l’avventura di guerra dell’Italia fascista. Durò cinque anni, durante i quali centinaia di migliaia di donne combatterono la più lunga battaglia della loro vita: contro la fame, contro le bombe, contro una guerra la cui fine si allontanava di giorno in giorno, sempre di più. Con la forza evocativa di un maestro neorealista, Miriam Mafai ricostruisce la vita quotidiana di questo esercito femminile. Madri, mogli, ragazze, operaie, mondine, borghesi e principesse, ebree e gentili, fasciste e partigiane, “pescecane” e borsare nere. Ne nasce un’epopea che ha come scenario le città bombardate, le campagne percorse dalle fanterie di tutti gli eserciti, Roma, città aperta. È questa la prima storia delle donne vissute negli anni del “pane nero”, anni che le videro balzare al ruolo di capofamiglia e di uniche vincitrici della guerra perduta.

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