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La scomparsa dei fatti. Si prega di abolire le notizie per non disturbare le opinioni

“I fatti separati dalle opinioni”, questo era il vecchio motto del giornalismo. Poi è stato soppiantato da uno molto più pratico: “Niente fatti, solo opinioni”. C’è chi li nasconde perché non li conosce e non ha voglia di informarsi, perché altrimenti non lo invitano più in certi salotti, perché contraddicono la linea del giornale, perché è meglio non scontentare nessuno e magari ci scappa una consulenza con il governo o con la regione. Marco Travaglio racconta lo stato dell’informazione in Italia: programmaticamente svuotata di contenuti, malata di revisionismo, corrotta, mercenaria, sostanzialmente menzognera. **

Il Dittatore

Chi l’avrebbe mai detto? Matteo Salvini ci sembrava un politico di terza o quarta fila. Per di più cresciuto in una parrocchia da poco, la Lega Nord di Umberto Bossi. Il suo padrino appariva destinato a una misera fine. Un incidente cardiaco l’aveva portato sull’orlo della morte. Salvato per un pelo, non sapeva più parlare come un tempo. Tutti lo consideravano il più anziano handicappato di Montecitorio. Che futuro poteva avere quel milanesone massiccio, senza arte né parte, che non aveva neppure saputo prendere una laurea in Storia, una delle più facili, diventando un fuoricorso professionale? Ma la politica, almeno quella italiana, è un congegno magico che riserva mille sorprese. E così, anno dopo anno, il Sal-vini ha scalato il sesto grado del potere pubblico. E adesso, nella primavera del 2019, è diventato il primo dei nostri padroni politici. Nelle elezioni europee di maggio ha conquistato il 34 per cento dei voti. E ha subito iniziato a governare, pur non avendo il titolo costituzionale per farlo. Ma da semplice ministro dell’Interno ha cominciato a vendicarsi su quanti l’avevano osteggiato o si erano rifiutati di inchinarsi. Non sono pochi quelli che l’hanno aiutato. Per prima la sinistra italiana, con un Partito democratico che continua a suicidarsi. Poi i direttori di tanti media stampati e televisivi che non hanno saputo sottrarsi all’antica abitudine di sottomettersi al potere. Eppure questi signori avrebbero dovuto intuire che l’ascesa di Salvini non si fermerà se non quando lui sarà diventato il padrone assoluto del nostro Paese. Il titolo di questo nuovo libro è secco e duro come un colpo di fucile: il Dittatore. Ecco che cosa è diventato il capitano leghista. Le sue prime scelte lo confermano. Vorremmo sbagliarci. Ma siamo appena all’inizio di una storiaccia che durerà anni.

Mediterraneo in Guerra

Il generale «insolito», la «voce fuori dal coro» della saggistica geopolitica italiana traccia il profilo del Mediterraneo mettendo a fuoco nell’ottica della potenza militare le terre che lo circondano e i popoli che ci vivono. Il risultato è tutt’altro che scontato e rassicurante.
In quarantatre anni di servizio militare Fabio Mini è venuto a contatto diretto con tutti gli apparati di sicurezza del mondo. Ha avuto il Mediterraneo come area di responsabilità quando è stato capo di stato maggiore della Nato del sud Europa, ha percorso i luoghi della sicurezza cinese e del suo «mediterraneo », ha comandato un corpo internazionale di pace nei Balcani. Avrebbe potuto raccontare il Mediterraneo con un memoriale, oppure con un saggio storico-politico. Si sarebbe forse compiaciuto nel ricordare il passato ma non sarebbe stato stimolato a capire il futuro. In questo libro ha utilizzato perciò la propria esperienza per scoprire qualcosa che chi scrive di geopolitica in genere trascura: l’influenza della guerra, dei mezzi della guerra, della storia della guerra sulle vicende dei popoli e delle terre in cui vivono. La scoperta è banale e sorprendente al tempo stesso: il Mediterraneo non è un mare e non ha una frontiera liquida che si può espandere a piacimento. È un insieme di terre, popoli e culture diverse impregnati di sentimenti e atti di guerra. Basta guardarsi intorno per vedere i segni indelebili delle guerre, da quelle puniche a quella post-nucleare. È sorprendente perché unendo l’ottica militare a quella socio-politica si scoprono le ragioni delle infinite guerre mediterranee e i possibili sviluppi di quelle a cui stiamo assistendo.

Il mondo di Lavalite

Tra i classici moderni della fantascienza d’avventura, il ciclo dei Fabbricanti di Universi (Cosmo Oro n. 15) di Philip José Farmer detiene un posto speciale. L’inesauri-bile vena inventiva dell’autore, la freschezza narrativa delle storie, l’originalità dello spunto di partenza, ne fan-no un capolavoro affascinante e inimitabile. Il mondo di lavante, è il quinto e ultimo romanzo della saga dei Signori, gli umani immortali ed estremamente progrediti tecnologicamente che si sono creati gli «uni-versi tascabili», i cosmi privati costruiti in base ai loro gusti personali, e ci trasporta sul mondo di Urthona, un mondo le cui forme e strutture mutano in continuazione. Qui le montagne sorgono dalle pianure oppure sprofon-dano dando luogo a terrificanti burroni nell’arco di una nottata, qui oceani insospettati ricoprono depressioni cre-atesi in pochi giorni, qui frammenti giganteschi del pia-neta si distaccano dalla massa principale e, dopo esser rimasti in orbita per qualche mese,’ tornano a precipitare nuovamente su di essa. C’è solo una via di scampo da questo mondo maledetto: il palazzo di Urthona, un minareto immenso e fiabesco. Paul Janus Finnegan, meglio conosciuto come Kickaha, e la sua compagna Anana, dovranno assolutamente rag-giungerlo per sfuggire alle insidie del pianeta (popolazio-ni barbariche, vegetazione semovente e assassina, preda-tori voraci, un paesaggio cangiante e da incubo) e dei lo-ro nemici acerrimi, i Signori Urthona e Orc il Rosso

Il futuro della democrazia

«Tutti i testi qui raccolti trattano problemi molto generali e sono (o meglio vorrebbero essere) elementari. Sono stati scritti per il pubblico che s’interessa di politica, non per gli addetti ai lavori. Sono stati dettati da una preoccupazione essenziale: far discendere la democrazia dal cielo dei principî alla terra dove si scontrano corposi interessi. Ho sempre pensato che questo sia l’unico modo per rendersi conto delle contraddizioni in cui versa una società democratica e delle vie tortuose che deve seguire per uscirne senza smarrirvisi, per riconoscere i suoi vizi congeniti senza scoraggiarsi e senza perdere ogni illusione nella possibilità di migliorarla».
**Norberto Bobbio**

I Misteri Della Sinistra

Questo libro muove da un interrogativo di fondo: coloro che credono ancora nella possibilità di una società libera, ugualitaria e solidale o, in altri termini, in una prospettiva socialista, possono ancora fare affidamento sulla «sinistra»? e definire sé stessi «uomini di sinistra»? La riflessione che ne segue offre una risposta inequivocabile: non possono. Una risposta che, secondo l’autore di queste pagine, non riposa affatto sull’attuale contingenza politica che vede la «sinistra moderna» quasi interamente convertita al liberalismo, ma è inscritta nella data di nascita stessa di tale raggruppamento politico. Il presupposto di questa tesi è naturalmente che socialismo e sinistra non sono, storicamente, la stessa cosa. Né Marx né Engels, ricorda Michéa, hanno mai pensato una sola volta di definirsi «uomini di sinistra». E il movimento socialista si è tenuto, al suo sorgere, così opportunamente lontano dalla sinistra da subirne le più feroci repressioni (in primo luogo quella di Adolphe Thiers contro la Comune di Parigi nel maggio del 1871). Ciò che definiamo «sinistra» ha in realtà, per Michéa, un’altra origine. Un’origine che risale al compromesso che le forze del movimento operaio stipularono a un certo punto della loro storia con i loro vecchi avversari della sinistra parlamentare contro i fautori dell’Ancien Régime (in Francia ciò accade con l’affaire Dreyfus). Compromesso che è il vero atto di nascita della sinistra moderna, il punto di partenza di quel processo che ha condotto alla dissoluzione del socialismo nel cosiddetto «campo del Progresso». Il progetto socialista si definiva, infatti, all’inizio come una critica intransigente del sistema liberale. Un movimento, stando alle parole di Engels, contro l’«atomizzazione del mondo» annunciata dalla modernità capitalista con la sua «decomposizione dell’umanità in monadi ciascuna delle quali ha un principio di vita particolare e uno scopo particolare». Il marchio identitario della sinistra moderna risiede, invece, a partire dalla sua data di nascita, in nient’altro che in una metafisica del Progresso capace di travolgere ogni vincolo comunitario. Una metafisica per la quale qualunque forma di appartenenza o di identità che non sia stata scelta liberamente da un individuo risulta potenzialmente oppressiva e «discriminante». Di qui, la successiva celebrazione (che è oggi dinanzi ai nostri occhi) da parte della sinistra moderna delle virtù del mercato globale senza frontiere e di ogni forma di affrancamento da appartenenze e identità date (comprese quelle sessuali). Di qui, anche, per Michéa, la necessità, per chiunque coltivi ancora una prospettiva socialista e ritenga, con Marx, del tutto irreale questa fede religiosa nella libertà come proprietà privata di un individuo, di considerare la «sinistra» un significante ormai privo di senso. «Un militante di sinistra è sostanzialmente riconoscibile, ai nostri giorni, dal fatto che gli è psicologicamente impossibile ammettere che, in qualunque campo, le cose potessero andare meglio prima». Jean-Claude Michéa

Anarchia e libertà. Scritti e interviste

Il famoso linguista americano spiega il significato storico dell’anarchia e il cammino del movimento anarchico dalle origini ad oggi, soffermandosi sull’esperienza degli anarchici nella guerra civile spagnola e sulla critica anarchica allo statalismo di tipo sovietico. Il filo conduttore è il primato assoluto della libertà nella concezione anarchica e il suo valore irrinunciabile e incomprimibile. “Per questo”, dice l’autore, “io mi sento e mi dichiaro anarchico.”

Stati nervosi

Partendo dall’analisi di episodi come quello di Oxford Circus del 2017 – in cui un allarme terroristico diffuso in rete attraverso centinaia di tweet costrinse all’evacuazione dell’intera area e dopo poche ore si rivelò del tutto immotivato – William Davies sottolinea come numeri, indicatori e fatti reali perdano sempre piú autorevolezza. Il risultato è un vuoto che, nell’èra digitale, rischia di riempirsi immediatamente di voci, fantasie, congetture, mentre i social network «diventano un’arma da combattimento a disposizione di tutti». Mettendo insieme economia, psicologia, sociologia e filosofia, e basandosi su un’accurata ricerca storica, in *Stati nervosi* Davies propone un’interpretazione davvero nuova dei nostri anni segnati dall’irrazionalità.
«Un capolavoro, da qualsiasi prospettiva lo si legga».
**The New York Times**
«William Davies è un astro nascente del pensiero politico».
**The Guardian**
«Un’analisi perspicace sulle radici dell’attuale crisi delle competenze».
**Yuval Noah Harari**
« *Stati nervosi* è una guida preziosa per quest’epoca».
**Financial Times**

Oro bianco

Fino agli anni Novanta, la cocaina era una droga d’élite, riservata a pochi ricchi in vena di originalità. Oggi è «sballo» di massa, popolare e a buon prezzo: c’è chi la fuma e chi la sniffa anche tutti i giorni, perché tanto «basta chiederla e la trovi ovunque». Il mondo della cocaina è un immenso suk, un grande mercato di miraggi e illusioni, un piacere effimero costruito sull’inganno della mente. È, soprattutto, un mercato che non conosce crisi. Secondo l’Unodc, l’ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine, nel 2012 nel mondo 243 milioni di persone fra i 15 e i 64 anni hanno assunto almeno una volta sostanze illecite. Fra tutte, la cocaina è la più richiesta e la più venduta dalla ‘ndrangheta. Per i boss della mafia calabrese, la «neve» è profitto, guadagno, flusso costante di liquidità che capovolge il pensiero economico classico, secondo cui la criminalità non «produce» perché distrugge, e non genera ricchezza. In queste pagine, frutto di un lavoro di ricerca e sul campo senza precedenti, Nicola Gratteri e Antonio Nicaso ricostruiscono i grandi traffici di cocaina nel mondo in un viaggio che dalla Colombia ci porta fino in Calabria, seguendo le tappe del business planetario che arricchisce i narcotrafficanti, impoverisce e uccide i tossicodipendenti, contamina il sistema bancario, corrompe le classi dirigenti. Hanno visitato le piantagioni di coca in Colombia (dove per coltivare un ettaro di arbusti se ne disboscano quattro di foresta, con danni gravissimi all’ambiente) e sono entrati nei laboratori dove dalla foglia della pianta viene ricavata la «pasta base» (che ai contadini viene pagata pochissimo, ma moltiplica il proprio valore a ogni passaggio, fino a raggiungere cifre da capogiro quando arriva al cliente finale); sono stati in Bolivia, Perú, Argentina, Brasile, Canada, Messico, Stati Uniti, ma anche in Africa (il «magazzino» dove vengono stoccate tonnellate di cocaina da trasferire nelle più importanti piazze europee) e in Australia (il paese in cima alla classifica dei consumatori di droga al mondo, e dunque un mercato che fa gola ai narcos). E poi in Germania, Austria, Spagna, Portogallo, Irlanda, Belgio, Olanda, per ricostruire le rotte di aria, mare e terra lungo le quali la cocaina passa dal produttore al consumatore. Hanno intervistato decine di investigatori, giornalisti, esperti, avvalendosi della preziosa collaborazione delle forze di polizia italiana e straniere specializzate nel narcotraffico. Oro bianco è un libro rivelatore e appassionante, tragicamente vero, ma al tempo stesso capace di riaccendere la speranza di poter debellare, prima o poi, quello che senza ombra di dubbio può essere considerato un vero flagello mondiale.

Manifesto e principi del comunismo

Pubblicato nel febbraio del 1848, sotto un cielo oscurato dalle nubi della rivoluzione, il “Manifesto del partito comunista” nasce dall’esigenza di spiegare al proletariato il vero movimento della storia per indurlo così ad abbracciare la missione di ‘seppellitore ‘ del moderno mondo borghese, stregone ormai incapace di controllare le forze infere da lui stesso evocate. In questo modo, il terrifico “spettro del comunismo” poteva materializzarsi, trasformandosi in “forza oggettiva” capace di eseguire gli ordini della storia. Nelle pagine di questa breve ma densissima opera che non fa pace con il mondo, oltre le facili speranze e gli indubbi errori di valutazione, batte il cuore del progetto marxiano di redenzione dell’umanità: la speranza in un mondo senza classi né sfruttamento e la critica radicale del “modo di produzione capitalistico”, hegelianamente inteso come totalità contraddittoria e in movimento verso il proprio “superamento”. Grazie alla “buona novella” installata nel corso stesso degli eventi della storia umana, ed enunciata con un rigore scientifico pari solo al tono profetico, questa “Bibbia politica” andò incontro a un successo che la rese il testo politico più diffuso e famoso di tutti i tempi. Questa edizione offre al lettore italiano anche i “Princìpi del comunismo” di Engels, bozza originaria a partire dalla quale Marx compose il “Manifesto”, successivamente firmato a doppio nome dai due autori.

La Quarta Sponda

Non è certamente un caso, se oggi la Libia è, insieme alla Siria, il Paese più violento e caotico del Mediterraneo. Nella Quarta sponda, Sergio Romano ne ripercorre la storia e ce ne illustra i tanti volti. Il primo è quello delle due province ottomane, alla periferia dell’Impero, quando l’Italia ne decise la conquista: piccole società ebraiche ed europee nelle due città maggiori, modesti traffici con il Mediterraneo e con l’Africa, tribù combattenti e gelose della loro indipendenza che daranno molto filo da torcere all’amministrazione coloniale italiana. Il secondo è quello della colonia degli anni Venti e Trenta. Nacque allora, soprattutto durante il governatorato di Balbo, una Libia italiana di cui esistono ancora parecchie tracce. Il terzo è quello della Libia post-coloniale, dopo la fine della Seconda guerra mondiale e la proclamazione dell’indipendenza: un piccolo regno, una nuova ricchezza rappresentata dal petrolio e dal gas, un’importante comunità italiana e buone relazioni con la vecchia potenza coloniale. Il quarto è quello di Gheddafi, ufficiale nazionalista, spregiudicato, tirannico, divorato da insaziabili ambizioni. Il quinto e ultimo volto è quello incompleto di un Paese che non è ancora riuscito, dopo le rivolte arabe, a trovare un nuovo equilibrio ed è tuttora sconvolto da una sanguinosa guerra civile. Ma è sempre lì, di fronte alle coste italiane, con le sue ricchezze, le sue minacce e il suo carico d’immigrati che riversa sulle nostre spiagge: una buona ragione per conoscere meglio la sua storia.

La giustizia è una cosa seria

Come funziona veramente il nostro sistema giudiziario? Quali leggi sono efficaci e quali invece intralciano l’azione della magistratura? Quali provvedimenti potrebbero essere utili a rendere davvero ostile il terreno per la criminalità organizzata in Italia e nel mondo? Nicola Gratteri, procuratore aggiunto presso la Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, torna a dialogare con Antonio Nicaso, studioso tra i massimi esperti mondiali di ‘ndrangheta, per aiutarci a comprendere meglio gli ingranaggi di quella complessa macchina del sistema giustizia, la cui riforma ormai non è più procrastinabile.
Le proposte avanzate finora dal governo non sembrano capaci di risolvere i tanti problemi in campo, come la lunghezza dei processi, le carenze di organico nei tribunali e nelle procure più esposte alla lotta contro le mafie e il malaffare politico. Ben altre sono, secondo Nicola Gratteri, le riforme che potrebbero aiutare la giustizia: la revisione delle circoscrizioni giudiziarie che ricalcano ancora lo schema ottocentesco, quando le distanze venivano coperte a dorso di mulo, la riduzione del numero dei tribunali, l’utilizzo della posta elettronica per l’esecuzione delle notifiche, la depenalizzazione dei reati minori per riservare il processo penale alle questioni di maggiore allarme sociale e tanti altri piccoli accorgimenti studiati nell’interesse esclusivo della giustizia. Come le tanto contestate intercettazioni che, sottolinea il magistrato, a Reggio Calabria costano 11 euro più Iva al giorno contro i 3000 di un pedinamento da Roma a Reggio Calabria (che spesso non garantisce il risultato, perché talvolta il pedinato se ne accorge e riesce a farla franca). Anche se in Italia siamo più avanti rispetto al resto del mondo nella legislazione antimafia, c’è ancora molto da fare. Serve la volontà di tutti, per offrire gli strumenti migliori alla magistratura e alle forze dell’ordine, senza intaccare i diritti e le garanzie fondamentali. Perché la giustizia è una cosa seria, ripete spesso Gratteri, e meriterebbe una riforma seria, non strillata, espressione di scelte condivise, concepite nell’interesse generale.

Il Vaticano Secondo Francesco

Papa Francesco è un uomo del Nuovo Mondo. Viene dall’Argentina, che è Estremo Occidente, ed è un «prete urbano»: il primo pontefice figlio di una megalopoli, Buenos Aires, che con i suoi circa 15 milioni di abitanti ha vissuto in anticipo i problemi con i quali sono chiamati oggi a fare i conti la Chiesa cattolica e il mondo globalizzato. Cardinali del Nuovo Mondo sono stati i suoi grandi elettori in Conclave. E da portavoce del Nuovo Mondo è il suo approccio alla Roma curiale. Ma la novità di questo papa rivoluzionario non sta soltanto nel fatto che è argentino, gesuita e «globale». L’elemento spiazzante è che si tratta di un autentico «straniero» per la mentalità della Curia romana, eletto dopo il trauma della rinuncia di Benedetto XVI. Il compito affidatogli è di smantellare la corte pontificia e una nomenklatura ecclesiastica spesso troppo autoreferenziale. Il suo viaggio da Buenos Aires a Casa Santa Marta, l’ex lazzaretto all’interno del Vaticano dove ha deciso di abitare, segna un epocale cambio di mentalità. Il Vaticano secondo Francesco delinea i contorni di una sfida aperta e difficile. Per analizzarne le origini e i possibili approdi Massimo Franco è andato in Argentina e ha incontrato gli uomini più vicini a Jorge Mario Bergoglio. E racconta come è avvenuta l’esportazione di una visione radicalmente nuova del cattolicesimo nel cuore della Roma papale; e come il modello sudamericano, fino a ieri la «periferia», da eccentrico sia diventato centrale. Quello in atto, infatti, è anche un rivolgimento geopolitico. Da terra di missione, l’America Latina si è trasformata in continente missionario, chiamato a far risorgere la religiosità in un’Europa laicizzata e nella capitale di un papato a rischio di default etico. Grazie al papa argentino, garante del «commissariamento» a fin di bene del Vaticano, la Chiesa si è trasformata in pochi mesi da «imputato globale» per gli scandali della pedofilia e le vicende opache delle sue istituzioni finanziarie, in autorità morale di nuovo ascoltata e influente. La grande novità di Francesco è – in primo luogo – questa. Non offre la soluzione a problemi tuttora dolorosamente aperti, ma rappresenta la sfida forte, coraggiosa, difficile, e osteggiata più di quanto non appaia all’esterno, di una Chiesa che reagisce e combatte l’idea del declino, e che sa di poterla vincere solo se la vince a Roma.

Il Secondo Aereo

«È stato l’avvento del secondo aereo, uno squalo che avanzava basso sopra la Statua della Libertà: quello, il momento determinante».
La cronaca e le riflessioni di Martin Amis su come il disprezzo per la razionalità e la frustrazione sessuale di un gruppo di fondamentalisti sono sfociati nel matrimonio da incubo tra la noia e il terrore che connota il nostro presente. Un testo provocatorio e spiazzante sull’11 settembre per quello che il «Times» ha definito «il più impegnato tra gli scrittori della nostra epoca».
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«Amis ci offre dei dispacci dal fronte politico internazionale, e allo stesso tempo un libro su ciò che significa essere uno scrittore, esserlo qui agli albori del ventunesimo secolo, con tutti i compromessi, le concessioni e le delusioni che questo comporta».
**«The Literary Review»**
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«Vorrei essere cane, scimmia o orso, tutto fuorché quel futile animale che si fa vanto d’esser razionale», scriveva Lord Rochester nella sua *Satira contro l’umanità* : era il 1675 e l’età della ragione, dell’individualismo e dell’empirismo bussava superba alle porte, naturale quindi che Rochester fosse piuttosto scettico sulla presunta assennatezza dei suoi simili. A rileggere oggi quei versi, le sue preoccupazioni appaiono decisamente premature: «un minimo di prospettiva basta ad accorgersi che l’uomo si consacra solo saltuariamente al razionale», ci dice Martin Amis. Lo dimostra il secondo aereo, perché «è stato l’avvento del secondo aereo, uno squalo che avanzava basso sopra la Statua della Libertà, il momento determinante». Nel quarto d’ora che separa il primo velivolo dal secondo si poteva ancora credere alla casualità di un incidente, foss’anche il più spettacolare della storia. Ma quando, quella mattina dell’11 settembre 2001, il secondo aereo – una massa orrorifica di tonnellate d’acciaio lanciate a più di novecento chilometri orari sopra Manhattan – si conficcò con la lucida volontà dell’intenzione nel corpo della Torre Sud, l’America non poté fare altro che prendere atto dell’implacabile odio rivolto verso di lei.
Gli attacchi terroristici, l’ascesa del fondamentalismo islamista, le guerre in Afghanistan e Iraq, i balordi sillogismi di Donald Rumsfeld, l’assalto alla razionalità illuminista, la trasformazione profonda e violenta del nostro orizzonte emotivo. Ma anche la condizione femminile, la crisi della mascolinità, le frustrazioni dello scrittore, l’inatteso legame tra terrore e noia. Tanto è stato scritto su quello «schianto morale» che è stato il crollo delle torri, nondimeno lo sguardo di Amis in questi saggi e racconti riesce a essere sorprendentemente spiazzante, coraggioso, senza timore di risultare scomodo e provocatorio.
«L’11 settembre ha accorciato la distanza che separa la realtà dal delirio. Perciò quando ne parliamo, chiamiamolo con il nome che gli compete; non diamo a intendere di aver incassato e archiviato quell’evento, quel fenomeno, senza frizioni. Non è vero. L’11 settembre continua, va avanti, con tutto il suo mistero, la sua instabilità, e il suo atroce dinamismo».

Cuori neri

Il romanzo criminale degli anni di piombo: un unico filo rosso che collega tra loro ventun giovani, di destra o comunque considerati tali, tutti caduti nella guerra spietata che insanguinò quel decennio complesso di storia italiana. Mitizzati dai loro camerati, demonizzati dai nemici, dimenticati da tutti gli altri: dal rogo di Primavalle alla morte di Ramelli, le loro storie – tragiche, sorprendenti, emblematiche, sanguinose o drammatiche – vengono sottratte per la prima volta in questo libro alla memoria di una parte per essere restituite alla memoria condivisa di un intero paese, raccontandoci molto anche sul nostro presente attraverso documenti spesso inediti, atti processuali, interviste vecchie e nuove a famigliari, amici e sopravvissuti di quella stagione di odio e violenza.

All you need is love

«Il mio modello di business? I Beatles.» Così parlò Steve Jobs, il fondatore di Apple, uno che di business qualcosa capiva. A intrigarlo era soprattutto la formula del collettivo: vedeva i Beatles come un prodigioso moltiplicatore dei talenti individuali. L’indimenticabile quartetto della cultura pop, infatti, fu anche una start-up di successo. Proiettò quattro ragazzi cresciuti nella Liverpool del primo dopoguerra, in una miseria da Terzo mondo, verso la stratosfera della ricchezza. Personalmente, nei testi delle loro canzoni, composte in un periodo di radicali cambiamenti come gli anni Sessanta, ritrovo la mia adolescenza e un’epoca che fu l’ultima Età dell’Oro per l’Occidente: alta crescita, pieno impiego, benessere diffuso, aspettative crescenti per i giovani. Ma anche i germi di quel che accadde in seguito. *Taxman* prefigura le rivolte fiscali. *Get Back* nasce come una satira dei primi movimenti xenofobi e anti-immigrati. *When I’m Sixty-Four* anticipa la crisi del Welfare State da shock demografico. *Eleanor Rigby* e *Lady Madonna* evocano la nuova povertà che oggi è in mezzo a noi. *Across the Universe* , con il suo richiamo al viaggio in India dei Fab Four, ricorda l’irruzione dell’Oriente nel nostro mondo. E *Yesterday* , con il tema della nostalgia, ci costringe ad affrontare domande cruciali: davvero si stava meglio «ieri»? Prima dell’euro, prima della globalizzazione, prima di Internet? L’obiettivo di questo libro è ricostruire una speranza. Se la Grande Depressione degli anni Trenta seppe generare un «pensiero forte» per risolvere quella crisi, cioè la dottrina (allora rivoluzionaria) di Keynes, anche la crisi attuale invoca idee e terapie altrettanto innovative per risolvere il drammatico problema dell’occupazione e superare le sempre più profonde diseguaglianze sociali. Ma per rigenerare l’analisi economica e ridefinirne priorità e obiettivi, liberando la mente dalla presunta «inevitabilità» delle leggi del mercato, sono indispensabili quella fantasia e quella creatività che affascinarono Steve Jobs. Utilizzare come colonna sonora le canzoni dei Beatles, il loro linguaggio semplice, divertente, provocatorio, può essere il primo passo per seppellire ogni pregiudizio contro la «scienza triste». E per riprenderci l’economia dalle mani di chi l’ha sequestrata, sequestrando le nostre vite.