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La logica della libertà

*The Logic of Liberty* , pubblicato nel 1951, ma nel quale rifluiscono studi del decennio precedente, rappresenta un momento essenziale della nascente riflessione epistemologica polanyiana organizzatasi, in quegli anni, attorno a problematiche di sociologia della ricerca ma soprattutto attorno a problematiche economiche e politiche. Centrale, nel testo, risulta allora la discussione volta ad illustrare la superiorità di ogni ordine economico e politico, non organizzato secondo i rigidi canoni di una pianificazione e di una organizzazione diretta centralmente da un’unica autorità, ma lasciato alla libertà e creatività di iniziative spontanee policentriche. Nella critica ad ogni totalitarismo, sia esso di matrice nazi-fascista che socialista, nel delineare gli stessi caratteri della nozione di “ordine spontaneo”, insomma nella difesa del liberalismo in campo economico e politico, Polanyi partecipa attivamente a quel dibattito, insieme appassionato e drammatico, che vede tra i principali protagonisti gli esponenti della “scuola austriaca”, come von Mises, von Hayek e lo stesso Popper. Ma vi partecipa, come risulta evidente sin dalle prime pagine del testo, e da qualche accento cautamente polemico nei confronti di alcune tesi dei pensatori appena citati, in modo originale e personale, prospettando l’idea di un liberalismo moderato, rispettoso degli inalienabili diritti individuali ma attento anche al peso della tradizione e dei valori morali e religiosi in essa presenti. Nell’ampia e informata introduzione alla presente traduzione, Carlo Vinti cerca di mettere a fuoco le problematiche del testo nelle direzioni sopra indicate, cercando soprattutto di illustrare i rapporti di Polanyi con gli esponenti della “scuola austriaca”, con von Hayek e Popper in modo particolare.

L’io minimo: La mentalità della sopravvivenza in un’epoca di turbamenti

Alla vita quotidiana come esercizio di sopravvivenza corrisponde la costruzione di una micro-identità (l’io minimo) funzionale alle difficoltà del presente. In queste pagine l’autore ci propone una chiave di lettura del mutamento culturale in corso e delle sue varie manifestazioni nel pensiero, nelle arti, nel costume e nella morale.

Arrendersi al corpo. Il processo dell’analisi bioenergetica

Dopo 48 anni di pratica clinica, il padre dell’analisi bioenergetica descrive i principi del suo approccio e ne illustra l’applicazione narrando i casi clinici dei suoi clienti. La bioenergetica, basata sull’identità funzionale dei processi fisici e psicologici, mira ad aiutare l’individuo a riscoprire e liberare il proprio animo. Questo obiettivo si articola in tre fasi: la consapevolezza di sé e del proprio corpo; la piena espressione dei sentimenti spesso frustrati nell’infanzia, come la rabbia e la paura, e infine il possesso di sé, ovvero la libertà di essere se stessi, di accettare e riconoscere le proprie sensazioni senza più sensi di colpa e vergogna.

Noi. Perché due sono meglio di uno

L’evoluzione umana è stata favorita, fin dall’alba dei tempi, dalla particolare capacità che hanno gli individui di interagire gli uni con gli altri, attraverso la risonanza emotiva e la comprensione della mente altrui. Una capacità che si riattiva ogni volta che nasce un bambino, nella relazione con i genitori, dapprima, e poi con i coetanei e con il gruppo sociale. Ma l’empatia è qualcosa di connaturato al cervello umano o è il frutto delle influenze dell’ambiente? O non dobbiamo parlare piuttosto di interazione fra genetica e ambiente? **

Nel labirinto dell’intelligenza

Nessuno ha mai saputo esattamente cosa sia l’intelligenza umana. Ma dagli inizi del Novecento siamo ossessionati dalla sua misurazione, nella convinzione che sia possibile calcolarne presenza e spessore con precisione scientifica. È stato il trionfo del quoziente intellettivo, il dispotismo della psicometria, la prevalenza dell’IQ. Sullo sfondo ambiguo dell’ambizione a selezionare i migliori, i piú rapidi, i piú capaci di orientarsi nella finzione statistica dei test. Con l’acume e la forza di pensiero che lo hanno reso celebre, Enzensberger racconta la storia di un’illusione moderna. Quella che ci ha fatto credere di poter misurare l’imponderabile. Mentre intorno a noi l’intelligenza si liberava da sola dal monopolio umano per farsi riconoscere negli animali e nelle macchine.

L’uomo Che Scambiò Sua Moglie Per Un Cappello

Oliver Sacks è un neurologo, ma il suo rapporto con la neurologia è simile a quello di Groddeck con la psicoanalisi. Perciò Sacks è anche molte altre cose: «Mi sento infatti medico e naturalista al tempo stesso; mi interessano in pari misura le malattie e le persone; e forse anche sono insieme, benché in modo insoddisfacente, un teorico e un drammaturgo, sono attratto dall’aspetto romanzesco non meno che da quello scientifico, e li vedo continuamente entrambi nella condizione umana, non ultima in quella che è la condizione umana per eccellenza, la malattia: gli animali si ammalano, ma solo l’uomo cade radicalmente in preda alla malattia». E anche questo va aggiunto: Sacks è uno scrittore con il quale i lettori stabiliscono un rapporto di tenace affezione, come fosse il medico che tutti hanno sognato e mai incontrato, quell’uomo che appartiene insieme alla scienza e alla malattia, che sa far parlare la malattia, che la vive ogni volta in tutta la sua pena e però la trasforma in un «intrattenimento da “Mille e una notte”». Questo libro, che si presenta come una serie di casi clinici, è un frammento di tali “Mille e una notte” – e ciò può aiutare a spiegare perché abbia raggiunto negli Stati Uniti un pubblico vastissimo. Nella maggior parte, questi casi – ma Sacks li chiama anche «storie o fiabe» – fanno parte dell’esperienza dell’autore. Così, un giorno, Sacks si è trovato dinanzi «l’uomo che scambiò sua moglie per un cappello» e «il marinaio perduto». Si presentavano come persone normali: l’uno illustre insegnante di musica, l’altro vigoroso uomo di mare. Ma in questi esseri si apriva una voragine invisibile: avevano perduto un pezzo della vita, qualcosa di costitutivo del sé. Il musicista carezza distrattamente i parchimetri credendo che siano teste di bambini. Il marinaio non può neppure essere ipnotizzato perché non ricorda le parole dette dall’ipnotizzatore un attimo prima. Che cosa vive, se non sa nulla di ciò che ha appena vissuto? Rispetto alla normalità, che è troppo complessa per essere capita, e tende a opacizzarsi nell’esperienza comune, tutti i «deficit» o gli eccessi di funzione, come li chiama la neurologia, sono squarci di luce, improvvisa trasparenza di processi che si tessono nel «telaio incantato» del cervello. Ma queste storie terribili e appassionanti tendono a rimanere imprigionate nei manuali. Sacks è il mago benefico che le riscatta, e per pura capacità di identificazione con la sofferenza, con la turba, con la perdita o l’infrenabile sovrabbondanza riesce a ristabilire un contatto, spesso labile, delicatissimo, sempre prezioso per i pazienti e per noi, con mondi remoti altrimenti muti. Questo è il libro di un nuotatore «in acque sconosciute, dove può accadere di dover capovolgere tutte le solite considerazioni, dove la malattia può essere benessere e la normalità malattia, dove l’eccitazione può essere schiavitù o liberazione e dove la realtà può trovarsi nell’ebbrezza, non nella sobrietà». “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello” è stato pubblicato per la prima volta a Londra nel 1985. **
### Sinossi
Oliver Sacks è un neurologo, ma il suo rapporto con la neurologia è simile a quello di Groddeck con la psicoanalisi. Perciò Sacks è anche molte altre cose: «Mi sento infatti medico e naturalista al tempo stesso; mi interessano in pari misura le malattie e le persone; e forse anche sono insieme, benché in modo insoddisfacente, un teorico e un drammaturgo, sono attratto dall’aspetto romanzesco non meno che da quello scientifico, e li vedo continuamente entrambi nella condizione umana, non ultima in quella che è la condizione umana per eccellenza, la malattia: gli animali si ammalano, ma solo l’uomo cade radicalmente in preda alla malattia». E anche questo va aggiunto: Sacks è uno scrittore con il quale i lettori stabiliscono un rapporto di tenace affezione, come fosse il medico che tutti hanno sognato e mai incontrato, quell’uomo che appartiene insieme alla scienza e alla malattia, che sa far parlare la malattia, che la vive ogni volta in tutta la sua pena e però la trasforma in un «intrattenimento da “Mille e una notte”». Questo libro, che si presenta come una serie di casi clinici, è un frammento di tali “Mille e una notte” – e ciò può aiutare a spiegare perché abbia raggiunto negli Stati Uniti un pubblico vastissimo. Nella maggior parte, questi casi – ma Sacks li chiama anche «storie o fiabe» – fanno parte dell’esperienza dell’autore. Così, un giorno, Sacks si è trovato dinanzi «l’uomo che scambiò sua moglie per un cappello» e «il marinaio perduto». Si presentavano come persone normali: l’uno illustre insegnante di musica, l’altro vigoroso uomo di mare. Ma in questi esseri si apriva una voragine invisibile: avevano perduto un pezzo della vita, qualcosa di costitutivo del sé. Il musicista carezza distrattamente i parchimetri credendo che siano teste di bambini. Il marinaio non può neppure essere ipnotizzato perché non ricorda le parole dette dall’ipnotizzatore un attimo prima. Che cosa vive, se non sa nulla di ciò che ha appena vissuto? Rispetto alla normalità, che è troppo complessa per essere capita, e tende a opacizzarsi nell’esperienza comune, tutti i «deficit» o gli eccessi di funzione, come li chiama la neurologia, sono squarci di luce, improvvisa trasparenza di processi che si tessono nel «telaio incantato» del cervello. Ma queste storie terribili e appassionanti tendono a rimanere imprigionate nei manuali. Sacks è il mago benefico che le riscatta, e per pura capacità di identificazione con la sofferenza, con la turba, con la perdita o l’infrenabile sovrabbondanza riesce a ristabilire un contatto, spesso labile, delicatissimo, sempre prezioso per i pazienti e per noi, con mondi remoti altrimenti muti. Questo è il libro di un nuotatore «in acque sconosciute, dove può accadere di dover capovolgere tutte le solite considerazioni, dove la malattia può essere benessere e la normalità malattia, dove l’eccitazione può essere schiavitù o liberazione e dove la realtà può trovarsi nell’ebbrezza, non nella sobrietà». “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello” è stato pubblicato per la prima volta a Londra nel 1985.

Dall’Aceto Al Miele

«Dall’Aceto Al Miele: 7 passi per comprendere e trasformare la rabbia, l’aggressività e la violenza.» Scritto da Ron Leifer, MD, psichiatra statunitense dissidente. Questo è un manuale di auto-aiuto basato su un approccio che rifiuta il modello medico della malattia mentale e l’utilizzo di psicofarmaci.
Questo libro è il secondo di una trilogia dedicata all’auto-aiuto per la comprensione delle emozioni dolorose e il superamento della sofferenza. In un linguaggio espositivo chiaro e semplice, l’autore traccia un percorso di lavoro su sé stessi basato sulla comprensione delle dinamiche emotive che ci causano sofferenza, con particolare riferimento alla rabbia ed ai suoi mille volti.
L’autore ci mostra come entrare in contatto con le nostre emozioni, comprenderle e elaborare strategie per trovare risposte alternative alla rabbia ed alla frustrazione. Attingendo dalla ricchezza del buddismo tibetano classico, Ron Leifer presenta un approccio alla psiche che non ha precedenti nella psicologia tradizionale in quanto a chiarezza, semplicità e praticità d’applicazione.
Albert Ellis, fondatore della REBT (Psicoterapia razionale-emotivo-comportamentale) lo ha descritto: “Probabilmente uno dei migliori libri che abbia mai letto su come comprendere e trasformare la rabbia, l’aggressività, e la violenza.”

Amicizia e innamoramento nell’adolescenza

Un nuovo volume della collana di Psicologia, in cui l’autore, Guido Petter, spiega quanto siano importanti per gli adolescenti i rapporti con i propri coetanei, sia che si tratti di amicizia che di innamoramento, due esperienze che aiutano a crescere, ma che possono presentare anche una serie di problemi che prese in considerazione con abbondanza di esempi. **

Un terribile amore per la guerra

In un momento chiave del celebre film sul generale Patton, un memorabile George C. Scott passeggia per il campo di battaglia a combattimento finito: terra sventrata, carri armati bruciati, cadaveri. Volgendo lo sguardo a quello scempio, esclama: «Come amo tutto questo. Che Dio mi aiuti, lo amo più della mia vita». È eloquente che James Hillman abbia scelto proprio questa scena, tanto spiazzante quanto rivelatrice, per introdurre il provocatorio tema del suo nuovo libro: la guerra come pulsione primaria e ambivalente della nostra specie – come pulsione, cioè, dotata di una carica libidica non inferiore a quella di altre pulsioni che la contrastano e insieme la rafforzano, quali l’amore e la solidarietà. Il presupposto è che se di quella pulsione non si ha una visione lucida ogni opposizione alla guerra sarà vana. Frantumando la retorica degli adagi progressisti – basati su una lettura caricaturale della «pace perpetua» teorizzata da Kant –, Hillman risale così, in perfetta consonanza con la sua visione della psicologia, al carattere mitologico e arcaico di tale ambivalenza, riassunto nell’inseparabilità di Ares e Afrodite. In questa prospettiva tutte le guerre del passato e del presente appariranno quindi semplici variazioni della guerra più emblematica dell’Occidente classico, quella cantata nell’ *Iliade*. Ma soprattutto, ricorrendo a dettagliati rapporti dal fronte, a lettere di combattenti, ad analisi di esperti in strategia – oltre che a tutti gli scrittori e tutti i filosofi che alla guerra hanno tributato meditazioni decisive, da Twain a Tolstoj, da Foucault a Hannah Arendt –, Hillman ci guida a una scandalosa verità: più che un’incarnazione del Male, la guerra è in ogni epoca – lo dimostra la contiguità tra le descrizioni omeriche e i reportage dal Vietnam – una costante della dimensione umana. O meglio, *troppo* umana.

Le persone sensibili hanno una marcia in più. Trasformare l’ipersensibilità da svantaggio a vantaggio

La predisposizione innata a percepire gli stimoli in modo più differenziato e intenso rispetto alla media è spesso un vantaggio, ma di frequente è vissuto con disagio. Anche perché non sempre questo dono viene apprezzato dagli altri e, nonostante l’ipersensibile tenda a rinunciare a se stesso adeguandosi alle esigenze degli altri, non mancano i rimproveri: “Devi sempre essere così emotivo?” Molti, così, soffrono per questo loro aspetto caratteriale: sono più vulnerabili, più soggetti allo stress e spesso insicuri. L’autore affronta qui questo problema, ancora ampiamente ignorato e poco trattato, aiutando finalmente gli ipersensibili a capire il motivo del loro “sentirsi diversi”. Invita e guida i lettori verso l’adozione di un nuovo atteggiamento che permetta loro di contenere gli effetti più negativi dell’ipersensibilità, insegna a smettere di acconsentire a richieste eccessive o di risentire dei troppi stimoli esterni, imparando a porre confini più netti tra sé e il mondo. Permette di valorizzare la capacità di empatia, senza esserne sopraffatti. Gli spunti di riflessione, i numerosi suggerimenti sono utili a chi vuole imparare a gestire da solo e in modo costruttivo la propria sensibilità, sia nella vita privata sia professionale, e a proteggersi in modo più efficace a livello mentale ed energetico, così che l’ipersensibilità possa tornare a essere quello che realmente è: un’incomparabile risorsa interiore.

I Bambini Sensibili Hanno Una Marcia in Più

“L’ipersensibilità non è una malattia, una carenza o un difetto. È un elemento distintivo e, più propriamente, un talento” I bambini ipersensibili vivono il mondo e il tempo in modo più intenso rispetto agli altri. Taluni sono timidi e timorosi, particolarmente empatici, altri sono nervosi e aggressivi perché non riescono a gestire l’eccesso di stimoli, fisici e non, provenienti dall’ambiente esterno e dagli altri. Questa loro natura così particolare li porta ad aver bisogno di aiuto per farsi rispettare e accettare. Rolf Sellin, rinomato esperto di ipersensibilità, con il suo particolare approccio alla tematica ha già aiutato migliaia di persone. In questo libro spiega a genitori, educatori e insegnanti come andare incontro agli specifici bisogni di bambini dotati di un’intensa sensibilità. Da una parte si tratta di fornire loro sicurezza, dall’altra anche di spronarli; tuttavia non è facile farlo nel modo giusto. Un capitolo extra fornisce a tutti i genitori, gli educatori e gli insegnanti, non di rado anch’essi ipersensibili, preziosi consigli da utilizzare anche su di sé.

Emozioni Spezzate

Quando precoci esperienze relazionali non consentono di vivere e di esprimere a pieno il proprio potenziale emotivo, l’individuo costruisce uno scudo interiore atto a difendersi continuamente dal vivere relazioni sane che gli consentano di emotivarsi. Questo libro è da intendersi come un co-terapeuta che consente di fornire materiale emotivo al quale sintonizzarsi favorendo la riduzione di alcuni blocchi e freni emotivi del paziente. Il modello risintonico-emotivo si pone come uno strumento di relativamente facile applicazione per risanare la capacità individuale di vivere intensamente le emozioni e ripristinare il desiderio innato di avvicinarsi a modalità sane di relazione.
“Emozioni spezzate non è solo un viaggio nel cuore dell’uomo, ma è anche un validissimo strumento di lavoro per gli psicoterapeuti, un trattato di psicodiagnostica e di pratica psicoterapeutica che può dare utili suggerimenti in varie direzioni, costituendo una rete di collegamento tra varie prospettive di teoria della clinica”.
Il volume è pubblicato nella collana ‘Psicoterapia e…’ di ARPANet, diretta dal dott. Roberto Carnevali.

Melanconia e creazione in Vincent Van Gogh

In Vincent Van Gogh la relazione tra esistenza e opera, tra malattia mentale e creazione ha fornito materia a una lunga tradizione interpretativa, soprattutto psicoanalitica. Nessuno però ha saputo, al pari di Massimo Recalcati, mettere in rapporto malinconia e dipinti senza cedere a tentazioni patografiche, nel rispetto pieno dell’autonomia dell’arte. Per nessi illuminanti Recalcati procede dalle radici familiari della sofferenza psicotica di Vincent – venuto al mondo nel primo anniversario della morte del fratellino del quale gli fu imposto il nome – alla scelta di vivere da sradicato la propria indegnità di figlio vicario, alla spinta mistica verso la parola evangelica, fino all’estrema devozione alla pittura. Le maschere del Cristo e del «giapponese» servono a Van Gogh per darsi un’identità di cui si sente privo. I suoi quadri costituiscono lo sforzo estremo di attingere, attraverso la luce e il colore, direttamente all’assoluto, alla Cosa stessa. Ma la consacrazione all’arte, che all’inizio lo aveva salvato dalla malinconia originaria, si rivela ciò che lo fa precipitare negli abissi della follia. Il suo movimento pittorico e biografico dal Nord al Sud lo avvicina troppo al calore incandescente della Luce e in questa prossimità, come nel mito di Icaro, egli finisce per consumarsi. **
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In Vincent Van Gogh la relazione tra esistenza e opera, tra malattia mentale e creazione ha fornito materia a una lunga tradizione interpretativa, soprattutto psicoanalitica. Nessuno però ha saputo, al pari di Massimo Recalcati, mettere in rapporto malinconia e dipinti senza cedere a tentazioni patografiche, nel rispetto pieno dell’autonomia dell’arte. Per nessi illuminanti Recalcati procede dalle radici familiari della sofferenza psicotica di Vincent – venuto al mondo nel primo anniversario della morte del fratellino del quale gli fu imposto il nome – alla scelta di vivere da sradicato la propria indegnità di figlio vicario, alla spinta mistica verso la parola evangelica, fino all’estrema devozione alla pittura. Le maschere del Cristo e del «giapponese» servono a Van Gogh per darsi un’identità di cui si sente privo. I suoi quadri costituiscono lo sforzo estremo di attingere, attraverso la luce e il colore, direttamente all’assoluto, alla Cosa stessa. Ma la consacrazione all’arte, che all’inizio lo aveva salvato dalla malinconia originaria, si rivela ciò che lo fa precipitare negli abissi della follia. Il suo movimento pittorico e biografico dal Nord al Sud lo avvicina troppo al calore incandescente della Luce e in questa prossimità, come nel mito di Icaro, egli finisce per consumarsi.