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Barca solare

La storia di ciascuno può essere narrata attraverso le grandi stagioni dell’esistenza, anche in poesia. “Barca solare” tenta questo, privilegiando il senso sentimentale di un uomo che traccia la sua avventura dall’alba alla notte, attraverso i picchi che l’accompagnano. Questo è un libro poetico che ogni uomo potrebbe scrivere, a suo modo. Sarebbe utile non solo a maestri e medici, ma soprattutto a chi vive con lui o lo incontra frequentemente, non importa quale ne sia il rapporto.

Discorso all’Ufficio oggetti smarriti

L’amore, la morte decifrata nella malattia e nell’abbandono come nelle tragedie della storia, e la vita in genere, anche e soprattutto nelle sue manifestazioni in apparenza più irrilevanti: vecchie fotografie, volti anonimi tra la folla, un’ombra sul muro, rondini in volo, un ombrello smarrito, veglie notturne, un telefono che suona a vuoto. Tutto converge nella poesia «riflessiva» di Wisława Szymborska, che questa ampia scelta antologica permette di seguire lungo l’arco di sessant’anni, dal 1945 sino ad oggi – i testi più recenti sono apparsi su quotidiani e riviste fra il giugno 2003 e il maggio 2004 –, integrando così in modo significativo *Vista con granello di sabbia*. Ma la colloquiale naturalezza dei versi cela in realtà una vertiginosa ricerca di temi e tecniche, una raffinatezza strutturale alimentata da molteplici interessi. Così l’osservazione lucida dell’esistenza con le sue irrisorie tempeste e le intermittenti, brevi felicità sfuma in ironiche citazioni dei classici antichi e moderni, nel dialogo con le Sacre Scritture, nelle sottili quanto sommesse allusioni alle grandi questioni della filosofia e della scienza.
L’osservatorio di Wisława Szymborska è situato in un luogo remoto: lo immaginiamo sul crinale di una montagna immersa nel chiarore stellare, ma il cannocchiale dell’astronomo-poeta mette a fuoco, anziché gli spazi siderali, «i nostri brulichii inarticolati», o «l’orlo della nuvoletta bigia sfilacciata/e quel rametto, più a sinistra, di acacia».

La rosa profonda

Nell’ottobre del 1973, per esprimere il suo dissenso nei confronti di Perón appena tornato al potere, Borges abbandona l’incarico di direttore della Biblioteca Nazionale di Buenos Aires; contemporaneamente le condizioni di salute di sua madre, Leonor, cominciano a declinare in maniera inesorabile: morirà nel 1975, dopo una lunga agonia. A questo arco temporale (1972-1975, tranne uno risalente al 1970) appartengono i trentasei testi poetici radunati in *La rosa profonda* , sui quali, non a caso, il senso della fatalità e di un destino «di brevi gioie e lunghe sofferenze» – strumento di un Altro imperscrutabile – sembra gettare un’ombra lunga: «Le pedine d’avorio sono estranee / all’astratta scacchiera, come la mano / che le muove». I sogni appaiono ormai incubi giunti da «un passato di mito e di caligine», gli specchi sono malefici che osano accrescere la somma delle cose che siamo – né offre scampo la cecità –, e l’oblio minaccia di trasformare il passato in una soffitta stipata di arnesi inutili. L’unica possibile memoria, memoria ubiqua, è la poesia, capace di restituire alle parole comuni la «magia che ebbero / quando Thor era nume e strepito, / tuono e preghiera», di serbare intatte le antiche battaglie di Gram, Durendal, Joyeuse, Excalibur, di creare la realtà, di dire meglio di noi stessi ciò che siamo. Durano nel tempo, del resto, «solo le cose / che non furono del tempo».

Il libro dei gatti tuttofare

Nel 1939 Eliot pubblicava l'”Old possum’s book of practical cats”: poesie sui gatti e le loro molteplici incarnazioni. Questo libro appartiene a una precisa sfera della tradizione inglese, quella di “Alice nel paese delle meraviglie” di Carrol, di “Peter Pan”. Ne deriva così un gioco verbale da cui emerge una sorta di organica visione del mondo. Un libro sui gatti e un libro sulle parole che gattescamente rimandano a loro. Quasi una filosofia della vita in versi filtrata dall’acuto sguardo felino. l’allarme di un treno… Alla fine i genitori decidono di mandarlo in collegio. Anche qui, tuttavia, riuscirà a combinarne di tutti i colori, ottenendo anche di sostituire la solita minestra di riso con la pappa col pomodoro.

Il Canzoniere, i Trionfi. Commentario

Nel 1470 vide la luce a Venezia, per i tipi di Vindelino da Spira, la prima stampa delle poesie volgari di Francesco Petrarca: i “Rerum vulgarium fragmenta” e i “Triumphi”. Fu un evento, garantito dal fatto che precedette persino la Commedia di Dante, la cui prima stampa uscirà solo nel 1472 (tre nel medesimo anno; ma ben dodici furono le stampe del Petrarca tra il 1470 e il 1478). Un esemplare di questo prezioso (e oggi rarissimo) incunabolo fini nelle mani di Antonio Grifo, letterato veneziano, rimatore egli stesso e appassionato lettore di Petrarca (e di Dante), che si applicò in una singolare opera di “commento” dei testi petrarcheschi, costituita da fitte postille manoscritte ai versi e da un ampio apparato illustrativo che, nella tradizione trecentesca dei codici miniati, cercava di dare un’interpretazione figurativa del testo poetico. Il Canzoniere queriniano risulta infatti l’unico testimone della produzione poetica volgare di Petrarca in cui ogni componimento appaia corredato di sue proprie illustrazioni, tanto più suggestive in quanto opere di un miniatore evidentemente lontano dalle forme stereotipate della tradizione di scuola, originalissimo nella rappresentazione figurativa del messaggio poetico petrarchesco. Grazie alla puntuale esegesi, “critica” e figurativa, del Grifo, questo esemplare è diventato un sontuoso “manoscritto” cartaceo, in cui il dettato petrarchesco impresso tipograficamente viene corredato di un grandioso apparato di chiose manoscritte e di rappresentazioni figurative che occupano ogni spazio bianco della pagina, in una ricchissima decorazione pressoché continua dalla prima all’ultima facciata. L’opera – mirabile documento della fortuna di Petrarca nel Rinascimento – fu commissionata da (o venne destinata, in dono, a) una illustre nobildonna, cui si allude nella dedica come « Vostra Alteza », rimasta però ignota. Come ignoto è rimasto il destino successivo del manufatto, che compare agli inizi del Settecento, forse in possesso della famiglia bresciana Gagliardi, dalla quale sarebbe stato poi trasferito alla Biblioteca Queriniana, dove tuttora si trova. Questo straordinario incunabolo è stato ora riprodotto in facsimile, onde consentirne una più ampia circolazione.. Nel presente Commentario il lettore troverà tutte le informazioni necessarie per l’opportuno approfondimento critico-iconografico del prezioso lavoro compiuto da Antonio Grifo.

Dalla misura delle stelle

I grandi classici della poesia di tutti i tempi con testo a fronte.
Traduzione e cura di Giusi Drago.
Ah, non essere separati
non esclusi, per minima parete,
dalla misura delle stelle.
Lo spazio in noi altro non è
che intensità di cielo,
solchi di uccelli, profondità
di venti del ritorno.

Figure di prua

A Ensenada de Barragán, fra Buenos Aires e La Plata, c’era, sino agli anni Cinquanta, un cimitero di barche e di polene. Forse Juan Octavio Prenz è diventato poeta guardando, nella sua infanzia, quei volti femminili misteriosi e fatali, corrosi dal tempo e dal maltempo, quegli occhi attoniti e spalancati su catastrofi indecifrabili, quelle figure che sulla prua si erano protese in avanti, verso il mare aperto, e marcivano a poco a poco nell’acqua stagnante della baia e nella pioggia, difendendo ostinatamente e vanamente dalla morte la loro forma, il loro nome, le storie aspre e favolose legate alla loro figura, alla barca che le aveva portate sui mari, ai destini dei loro equipaggi. Figure di prua è una raccolta di liriche permeate di una poesia malinconica, appassionata e grottesca.
Claudio Magris

Belluno

Nel fluire delle quartine di settenari e di endecasillabi ecco dunque Belluno, la piazza e le montagne che vede dalla finestra, e i nomi dialettali delle montagne formano un primo catalogo, un’orgia fonetica (si percepisce qui l’importanza che ha avuto per la poetessa aver tradotto Carlo Porta) che si fa subito filastrocca o litania; ecco il catalogo impietoso dei suoi fidanzati, che prendono la parola per accusare o per difendersi: «E non parlate tutti quanti insieme. | Mi rompete la metrica, imbecilli. | Ho nella testa qualcosa che mi preme… | e non trovo nessuna rima in illi». Ma «come una voce dentro la sua voce», nella sua assenza Raboni è presente piú che mai, e si sdoppia in Johannes di Dreyer e si risdoppia in Don Giovanni di Da Ponte… Una Valduga cosí in presa diretta non si era mai vista: questi versi dell’umorismo e dello strazio si vanno facendo sotto i nostri occhi, mettono in versi il loro farsi versi, continuano a farsi il verso, si travestono da altri versi, per arrivare con la piú grande semplicità e naturalezza a fare un appello per il grande poeta scomparso e a dare l’ultima parola a un saggio su di lui, sigillo di un sodalizio di vita e di poesia che non può non continuare nel tempo.

Secondo Natura

Piogge di fuoco divorante, mari tempestosi, ghiacci e rocce di un mondo vuoto di uomini, luci radianti, deserti combusti: con somma potenza di immagini, con il ritmo che il verso libero imprime a un linguaggio avvolgente, e in un costante intreccio di saperi (arte, scienze naturali, letteratura), Sebald ci offre nel poemetto “Secondo natura” – opera prima – un trittico che già contiene in nuce i caratteri della sua futura narrativa. I passeggiatori e gli emigrati dei romanzi e dei racconti sono già tutti qui prefigurati: la tragica vita del pittore Grünewald e di un suo misterioso doppio nella terrificante descrizione di opere come la pala d’altare di Isenheim; il viaggio dell’esploratore e medico settecentesco G.W. Steller alla scoperta, con Vitus Bering, dello stretto marino fra i ghiacci della Siberia e dell’Alaska; un’autobiografia, dalla nascita sotto le bombe, in un mattino di primavera, alle peripezie della famiglia e ai vagabondaggi europei, così simili a quelli di Jacques Austerlitz. “Secondo natura” è il primo dei tanti viaggi che Sebald ha intrapreso nei territori di una Natura colta con sguardo snebbiato, nelle sue incessanti metamorfosi. Un viaggio illuminato da una possente visionarietà.

Poesie

Rainer Maria Rilke (1875 – 1926) è uno dei massimi esponenti della letteratura tedesca del novecento. Nelle sue poesie di grande e limpida audacia formale si stacca nettamente dalla cultura della crisi di fine secolo, per approdare ad una nuova e, per certi aspetti, positiva visione della vita. Una visione che considera ancora l’uomo, in quanto mercificatore, come possibile distruttore del mondo, ma anche come suo possibile salvatore, quando sappia trasferirlo in un invisibile “spazio interiore”, identificato e difeso dal verbo poetico. Le nuove dimensioni della forma e del linguaggio esplorate e fissate da Rilke esercitarono un influsso determinante sulla poesia, non soltanto tedesca, della prima metà del novecento. Questa edizione riporta una raccolta di poesie tradotte da Giaime Pintor con due prose tratte dai Quaderni di Malte Laurids Brigge.

Il libro dei gatti tuttofare

Nel 1939 Eliot pubblicava l'”Old possum’s book of practical cats”: poesie sui gatti e le loro molteplici incarnazioni. Questo libro appartiene a una precisa sfera della tradizione inglese, quella di “Alice nel paese delle meraviglie” di Carrol, di “Peter Pan”. Ne deriva così un gioco verbale da cui emerge una sorta di organica visione del mondo. Un libro sui gatti e un libro sulle parole che gattescamente rimandano a loro. Quasi una filosofia della vita in versi filtrata dall’acuto sguardo felino. l’allarme di un treno… Alla fine i genitori decidono di mandarlo in collegio. Anche qui, tuttavia, riuscirà a combinarne di tutti i colori, ottenendo anche di sostituire la solita minestra di riso con la pappa col pomodoro.

Poco prima del temporale

È l’incontro il tema centrale di questa nuovissima raccolta di versi di Michael Krüger. Gli incontri avvengono in Italia come in Lituania, in Spagna come in Bulgaria, in Arabia, in Nordamerica e più spesso nella Germania del presente e del passato; e avvengono con scrittori, studiosi di scienze varie, sconosciuti, pittori e altri viaggiatori; con la natura, l’arte e la storia; con il sonno, ospite ingrato, e con colui che si è stati da bambini. Al contrario di Walter Benjamin, Michael Krüger affida l’incontro non alla vista ma all’udito. Se infatti alla vista si deve la straordinaria intensità dei paesaggi naturali e umani della raccolta, è l’udito che li anima. Così queste poesie sono popolate di voci e ricche di suoni in attesa di un viaggiatore che li sappia percepire, ascoltare e decifrare. In attesa di un lettore che sappia rischiare l’incontro a voce, a cui il poeta non si nega mai. Perché se l’incontro ci affranca dall’egomania e ci restituisce alla comunità è l’udito che ci mette al riparo da un mondo fatto di immagini sempre più inafferrabili e sempre più inquinanti.

Miti greci (edizione illustrata)

Da più di due millenni la mitologia greca è una parte fondamentale della cultura e dell’immaginario dell’Occidente, tanto che molti dei suoi personaggi sono ancora oggi universalmente noti e presenti nell’arte, nella letteratura, nel teatro e nel cinema. Raccontati con i versi dei più grandi poeti dell’antichità – da Omero a Nonno di Panopoli, passando per Esiodo, Pindaro, Euripide, Callimaco, Ovidio – in questo volume troviamo i miti più celebri: leggiamo così la presa del potere da parte di Zeus che fonda il nuovo e definitivo ordine del cosmo, la storia remota dell’umanità, le vicende immortali di Afrodite, Ermes, Artemide, Apollo e degli altri dèi olimpici, le storie epiche di eroi gloriosi come Ercole, Perseo, Orfeo e Meleagro. Una raccolta preziosa, qui arricchita dagli splendidi affreschi di Pompei ed Ercolano, a loro volta “leggendari” e che costituiscono il perfetto completamento per immergersi anche visivamente nella vitalità e nella bellezza dei grandi miti della classicità.

Una libellula di città e altre storie in rima

Trenta racconti in rima. Storie strane, fantasiose, impossibili, i cui protagonisti sono uomini e donne, ma anche alberi e animali che non sopportano il modo in cui è organizzata la vita e cercano di reinventarla con mille esperienze avventurose. Un albero di sradica da sé per rotolare giù dal bosco in collina dove è costretto a vivere; una giocoliera assassina fa numeri da circo con i globi oculari delle sue vittime; un elefante con un sassofono al posto della proboscide cerca l’anima gemella; una libellula conosce in poche ore la pienezza dell’esistenza; un misantropo vive su un faro che si stacca dalla costa e naviga nell’oceano; un regista di film horror muore e diventa uno zombie di successo; una falena dissidente è attratta dal buio. Ciascuno di loro cerca l’amore e la verità, e trova sempre quello che si merita. Tiziano Scarpa dà vita a una galleria di personaggi indimenticabili, scolpiti dalla metrica e dalle rime baciate, abbracciate, accarezzate, qualche volta accoltellate e strangolate. **

Un’affollata solitudine

Molta letteratura del Novecento ha tentato di rendere conto di quella frantumazione dell’identità, di quella moltiplicazione dell’io che la filosofia e la psicoanalisi avevano sancito in apertura di secolo. Nessun autore, però, si è avventurato negli enigmatici territori nei quali si è spinto Pessoa: creare personaggi poetici completi, con una propria biografia e una personale attività artistica. Veri e propri alter ego, gli “eteronimi” formano così una sorta di estensione del carattere del poeta, forzando un processo di ricerca della verità, un tentativo di leggere il mondo prendendo le distanze da se stessi che ha sollecitato le penne più illustri della critica letteraria. Questo volume raccoglie i più compiuti e meglio definiti eteronimi del poeta portoghese, Alberto Caeiro, Ricardo Reis, Álvaro de Campos, illuminando, attraverso le loro vite e la loro opera, l’elemento più sorprendente e originale della poetica di Pessoa.

Vista con granello di sabbia

Quando giunse la notizia che il Premio Nobel per il 1996 era stato conferito a Wisława Szymborska, molti giornali scrissero – il che non va a loro onore – che si trattava di una poetessa più o meno sconosciuta. Non certo ai lettori più acuti: basterà ricordare che Iosif Brodskij la considerava, insieme a Miłosz e a Herbert, una delle grandi voci poetiche attuali. Ma è anche vero che la poesia della Szymborska, nella sua piana limpidezza e ingannevole semplicità, esige, per essere percepita, un orecchio molto fine. E al tempo stesso si può dire di lei che raramente un poeta moderno è riuscito a parlare di temi proibiti, perché troppo battuti, con tale impavida sicurezza di tocco – fino al punto di dedicare una delle sue liriche più perfette all’«amore felice», questo «scandalo nelle alte sfere della Vita». *Vista con granello di sabbia* è una scelta, approvata dall’autrice, che attraversa tutta la sua opera a partire dal 1957; il volume include anche il bellissimo discorso pronunciato in occasione del conferimento del Premio Nobel.