Scrivere Di Sé

L’identità ebraica, in tutte le sue innumerevoli accezioni, è estroversa. In fondo ama parlare di sé. Parlarne, scriverne, è anche un modo – forse l’unico – per esorcizzarla. Scendere a patti con questa appartenenza non è facile. È invadente ma sottile, capace di improvvisi colpi di scena. Soprattutto non è una soltanto, malgrado una comunanza quasi eterna di destini: persino le tavole della Legge furono tante. Qualcosa ci manca, da allora. Resta da colmare, attendere, disperare: le tavole spezzate. La promessa mancata. Il riscatto ancora da venire. Per questo, forse, l’identità ebraica ha bisogno di parlare di sé. Guardarsi allo specchio – da Adamo ai profeti, da Arthur Miller a Philip Roth, a Saba e altri ancora – è il modo per scendere a patti con quella cosa scomoda e dolorosa che è l’essere ebrei.
Guardarsi allo specchio, se non altro in quello specchio particolare che è la pagina ancora da scrivere, è una prova tutt’altro che superficiale. Piuttosto, interiore: va irrimediabilmente al cuore della faccenda, cioè dell’immagine. È, anzi, un’esperienza quasi scabrosa.
Lo specchio svela, trasfigura, immancabilmente scalza l’immagine mentale che a priori pensavamo di trovare: l’una mai corrisponde all’altra. Chiama sempre la domanda: quanto c’è davvero di noi in quel simulacro d’io che leggiamo sopra, dentro lo specchio? Siamo noi? E se sì, siamo proprio così?
Insomma, la presenza del sé resta un enigma. Il principio d’individuazione non è affatto una legge, piuttosto un rovello. Che cosa veramente, e come, ci distingue dagli altri? Che cosa identifica quella cosa che siamo noi? La domanda non è ovviamente solo letteraria, ma sulla pagina, prima bianca e poi nera, si snocciola.

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