Saggio sopra l’imperio degl’incas

Il 3 novembre del 1735, da Cirey sur la Blaise, Voltaire scrive a un amico: «È qui con noi il marchese Algarotti, giovine che conosce le lingue e i costumi di ogni paese, che compone versi al pari dell’Ariosto e che ne sa di Locke e Newton; ci legge i dialoghi che ha scritto su certe parti interessanti della filosofia; anch’io ho fatto il mio piccolo corso di metafisica; perché bisogna pur tenersi al corrente delle cose di questo mondo. Leggiamo un canto di *Jeanne la Pucelle*, o qualche mia tragedia, o capitolo del *Siècle de Louis XIV*. Ritorniamo poi a Newton e Locke, senza comunque privarci di champagne e di ottimi cibi, perché siamo filosofi voluttuosissimi». E tra le voluttà, per Algarotti, predominanti erano i viaggi e un’indomabile curiosità per il diverso: segni di un’ansia a superare i limiti, a espandersi. Nasce da questa il *Saggio sopra l’Impero degl’Incas*, vent’anni dopo la lettera di Voltaire, che anticipa future fantasie europee su un’America sconfinata, eden di libertà. Ma a scorrerne le pagine piene di confronti tra la grandezza del remoto Perù e quella di Roma, si indovina il senso dell’angustia da cui fuggiva Algarotti, e s’avverte la passione della sua lotta solitaria per il libero pensiero in Italia.

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