L’assassino cieco

«Dieci giorni dopo la fine della guerra mia sorella Laura volò giù da un ponte con un’automobile». Sono queste le prime inquietanti parole con cui Iris Chase, a ottantadue anni, decide di iniziare il racconto delle tormentate vicende della sua famiglia. Un racconto che è come un grande fiume canadese: apparentemente placido, prima ipnotizza e poi rapisce senza lasciare scampo. Fin dall’inizio tuttavia il flusso della malinconica rievocazione di Iris viene interrotto in continuazione da voci estranee: da ritagli di giornale, da lettere, e soprattutto dagli stralci di un altro romanzo, torbido e disperato, firmato dalla sorella morta tragicamente: L’assassino cieco. Un romanzo sensuale e ruvido che si inserisce sempre più prepotentemente nel racconto di Iris, e che a sua volta ne contiene un terzo. Il protagonista dell’Assassino cieco, infatti, viene costretto dall’amante a riempire i lancinanti silenzi dei loro incontri con il racconto di un’enigmatica, rocambolesca storia di fantascienza pulp, ambientata su un pianeta inesistente – forse perché è l’irrealtà l’unico luogo in cui i due possono immaginare la loro storia d’amore.
Margaret Atwood – una delle grandi voci del Novecento – con questo libro dimostra le sue doti di straordinaria narratrice. Prima di arrivare alla rivelazione conclusiva, preparata pagina dopo pagina con pazienza inesorabile, ammalia il lettore con un romanzo che, come una scatola cinese, ne contiene molti, uno più emozionante dell’altro. Ricostruendo la saga di una famiglia borghese del Canada, ripercorre in chiave privata le vicende storiche e sociali di un intero secolo, e rivela un universo narrativo che è sublime e carnale, tragico e buffo come la vita stessa.

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