L’arte francese della guerra

“Stavo male, tutto andava male, attendevo la fine” dice il narratore di questo romanzo, un uomo in crisi d¿identità che ha appena perso il posto di lavoro e vaga spaesato per Lione con l’unica occupazione di infilare volantini nelle buche per le lettere. Non sa ancora che sta per fare l’incontro che gli cambierà la vita. Durante una pausa in una brasserie conosce un vecchio paracadutista che ha fama di aver attraversato tutte le guerre coloniali. Si chiama Victorien Salagnon ed è probabilmente l’unico pittore che si sia visto tra le file di quell’esercito in guerra. L’anonimo narratore ne rimane affascinato, tanto da offrirsi, in cambio delle lezioni di disegno, di scrivere la sua storia. Ha così inizio un viaggio all’indietro che racconta l’educazione di un ragazzo che ancora adolescente passa dai campi scout al fronte della Resistenza, dove il solo insegnamento che riceve è l’arte della guerra. Con questo unico sapere si lancia prima nella campagna d’Indocina, dove vedrà inquietantemente ripetersi alcuni orrori nazisti questa volta per mano dei francesi e dove imparerà l’arte del pennello da un antico maestro, e poi in Algeria, in una guerra confusa fatta di arresti illegali ed esecuzioni sommarie. Cambiano i fronti ma i metodi sono sempre gli stessi: terrore, brutalità, disprezzo della vita propria e altrui. Alexis Jenni, con occhio profondamente umano e non per questo meno lucido davanti al’orrore, racconta l’arte francese della guerra che non cambia mai, come non cambiano le ragioni francesi per scendere in battaglia. E nello stesso tempo, con uguale precisione e senza sconti, mostra quali sono gli effetti perversi delle guerre coloniali sulla madrepatria, sulle vite protette di tanti cittadini che crescono nei rassicuranti privilegi del loro stato ma circondati da odi e risentimenti, mentre il sangue continua a scorrere per mantenere vivo il mito ipocrita di una grandeur ormai passata. Un canto tragico e terribilmente epico di una nazione che sembra non trovare una via d’uscita all’uso della forza, e che può ricercarla solo nella propria lingua, nella capacità di riscattare le proprie storie.

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