Gli industriali e Mussolini Rapporti tra Confindustria e fascismo dal 1919 al 1929

Secondo le teorie marxiste le classi protagoniste nella storia contemporanea sono due: quella dei capitalisti e quella dei proletari. I documenti raccolti in questo libro smentiscono tali teorie. Nel 1922 né i capitalisti né i proletari imposero agli italiani il governo di Mussolini. La prima edizione di questo libro è del 1972, ma già nel 1965 il materiale dei primi quattro capitoli era stato pubblicato nella rivista  *Il Nuovo Osservatore.*  Da molti anni, dunque, tutti gli studiosi hanno avuto agio di controllare la veridicità di questa tesi e dei documenti che la suffragano.
Mussolini trionfò per ragioni politiche, sociali e psicologiche molto complesse e strettamente intrecciate fra loro. Ma se si vuole ricorrere a una spiegazione classista, si deve dire che il trionfo di Mussolini fu determinato proprio da quelle classi che i marxisti si ostinano a non considerare protagoniste della storia: le classi medie.
Fin dai tempi dello squadrismo e della «Marcia su Roma», numerosi osservatori capirono fino a qual punto le classi medie fossero determinanti per il successo mussoliniano. Lo storico Luigi Salvatorelli, in un libro del 1923  *(Nazionalfascismo),*  affermò recisamente che la piccola borghesia non soltanto era numericamente preponderante nel fascismo, ma costituiva di esso l’elemento «caratteristico e direttivo». Salvatorelli negò al movimento mussoliniano il carattere di «controrivoluzione capitalistica». A suo giudizio, infatti, «l’iniziativa rivoluzionaria, in tutta 2 l’azione del fascismo, dal suo sorgere alla sua andata al potere ed oltre, non era mai partita dai capitalisti».
Il giornalista Mario Missiroli, in un saggio del 1921  *(Il Fascismo e la crisi italiana),*  spiegò come le radici del movimento mussoliniano stessero in quei ceti medi che, già prima della grande guerra, avevano assunto enorme rilievo nella lotta politica italiana e che, con la guerra, si erano ulteriormente accresciuti e trasformati. Del resto le classi medie erano presenti e determinanti in tutti i movimenti politici: non solo tra i fascisti, ma anche tra i liberali, i cattolici e gli stessi socialisti. La lotta politica, secondo Missiroli, era una lotta «fra ceti borghesi» e non una lotta fra proletariato e borghesia, come i marxisti sostenevano.
Le classi medie, in effetti, dominavano sia le burocrazie pubbliche sia quelle private. Fornivano i quadri direttivi a tutti i partiti e a tutti i sindacati. Erano le classi più istruite ed erano anche, in assoluto, le più numerose. Dai calcoli di Paolo Sylos Labini risulta che le classi medie, nel 1921, costituivano il 53,3% della popolazione attiva. Ma a giudizio di Angelo Tasca – che fra il ’19 e il ’22 fu uno dei capi del proletariato torinese – sarebbe opportuno includere tra i ceti medi anche quei proletari che si sentivano «più ex-combattenti e più disoccupati che operai».
La sinistra italiana, tra il ’19 e il ’22, fu sconfitta perché non volle tener conto del notevole grado di autonomia posseduto dalle classi medie. Alla fine del ’20 una notevole parte di queste classi decise di sostenere attivamente lo squadrismo. Ma la sinistra sottovalutò, e anzi non capì per nulla il valore di tale evento. Antonio Gramsci, in un articolo apparso nell’ *Ordine Nuovo*  del 2 gennaio 1921 e significativamente intitolato «Il popolo delle scimmie», scrisse che la piccola borghesia italiana, scendendo in piazza, si limitava a «scimmieggiare» la classe operaia. «La piccola borghesia», affermò Gramsci, «anche in questa sua ultima incarnazione del ’fascismo’, si è definitivamente mostrata nella sua vera natura di serva del capitalismo […]. Ma ha anche dimostrato di essere fondamentalmente incapace a svolgere un qualsiasi compito storico: il popolo delle scimmie riempie la cronaca, non crea la storia, lascia traccia nel giornale, non offre materiali per scrivere libri». E nella conclusione dell’articolo Gramsci previde con ingiustificato ottimismo che la violenza caotica di questa piccola borghesia avrebbe favorito il socialismo, facendo «sollevare contro lo Stato, contro il capitalismo, sempre più larghi strati della popolazione».
La prognosi di Gramsci era infondata, e la diagnosi pure. Il «popolo delle scimmie», in realtà, e già da anni, stava svolgendo un compito storico che poteva spiacere a Gramsci e a moltissimi altri con lui, ma che restava pur sempre un compito «storico», del quale sarebbe rimasta traccia non solo nei giornali, ma anche nei libri. Col tempo lo stesso Gramsci corresse il suo giudizio. Alla fine del 1930, nel carcere di Turi, lo stesso leader comunista fu aspramente condannato dai suoi compagni di partito proprio perché sostenne che il partito, per risorgere, avrebbe dovuto allearsi con la piccola borghesia. Ma, per Gramsci, era ormai troppo tardi.
Mussolini, invece, vinse anche perché, uscendo dal Partito socialista, abbandonò gli schemi classisti tradizionali. Mussolini dichiarò a Yvon De Begnac di aver aperto gli occhi sul valore politico del ceto medio grazie a Emilio Bodrero. Nazionalista, professore di filosofia, Bodrero aveva pubblicato nel 1921 un  *Manifesto alla borghesia*  che già nel titolo intendeva contrapporsi al più famoso manifesto di Marx e di Engels. Secondo Bodrero la borghesia intellettuale italiana era potenzialmente forte, ma restava politicamente debole perché non aveva ancora capito e fatto proprio lo spirito «sindacale» del mondo moderno: la piccola borghesia avrebbe prevalso tanto sui capitalisti quanto sui proletari se avesse saputo raccogliere «la sfida della lotta di classe» e organizzarsi «come classe, non come partito».
Tornano alla mente le parole che Julien Benda scrisse nel  *Tradimento dei chierici,*  del 1927, allorché riconobbe che il fascismo stava appunto incarnando in forme nuove l’egoismo di classe borghese. Prima del fascismo, secondo Benda, soltanto gli operai dimostravano apertamente di possedere un odio di classe. I borghesi se ne vergognavano, ricorrevano a sotterfugi sull’argomento, pretendevano di curare gli interessi universali: «Al dogma della lotta di classe la borghesia rispondeva contestando che vi fossero esattamente delle classi». Con il fascismo, invece, i borghesi abbandonavano ogni ritegno, prendevano coscienza dei loro egoismi, vantandosi di affermarli e contrapporli agli egoismi degli altri. Proprio come Bodrero aveva propugnato nel suo  *Manifesto.*
Se riscrivessi oggi  *Gli industriali e Mussolini*  non cancellerei nulla, ma di certo aggiungerei molte pagine sul rapporto Mussolini-ceti medi. Esse potrebbero aiutare a meglio spiegare alcune vicende descritte nel libro e farebbero meglio capire da dove Mussolini traeva forza e ispirazione per molte sue prese di posizione.
Aggiungerei inoltre nuovi documenti, informazioni e testimonianze capaci di suffragare ulteriormente le tesi esposte nel libro. Ricorderei per esempio taluni giudizi espressi da Piero Gobetti nella sua rivista,  *La Rivoluzione Liberale.*  Il 28 maggio 1922 Gobetti affermava che il fascismo era essenzialmente prevalso in regioni agricole e restava un fenomeno «agrario». Il 30 luglio del ’22 aggiungeva: «In Piemonte e in Lombardia gli industriali preferiscono servirsi di Buozzi [il segretario socialista del sindacato operai metallurgici] che di Mussolini. Il fascismo resta disoccupato».
Ricorderei anche talune significative ammissioni contenute in lettere di Gramsci, pubblicate da Togliatti nel ’62 ( *La formazione del gruppo dirigente del PCI* ) *.*  In una lettera del 9 febbraio 1924 Gramsci ammise che nel 1921-22 il Partito comunista aveva compiuto l’errore di non valutare «l’opposizione sorda e latente della borghesia industriale contro il fascismo», e ribadì che il partito stava commettendo lo stesso errore nel ’24, perché non teneva conto «della emergente opposizione della borghesia industriale». In un’altra lettera del 1° marzo 1924 Gramsci incluse la Confindustria tra le forze borghesi tradizionali che «non» si erano lasciate «occupare» dal fascismo.
Si potrebbe completare questa breve lista di testimonianze ricordando ciò che scrisse un’altra famosa vittima del fascismo, Carlo Rosselli. Mentre Gobetti, come si è visto, attribuiva un carattere eminentemente agrario al fascismo del ’22, e mentre Gramsci, come pure abbiamo visto, sottolineava l’opposizione industriali-fascismo degli anni 1921-24, Rosselli indicava il permanere dei contrasti fra mondo industriale e regime negli anni seguenti. Nella sua ben nota «Risposta a Giorgio Amendola», pubblicata nel primo dei  *Quaderni di «Giustizia e Libertà* » (gennaio 1932), Rosselli scrisse infatti: «Si può discutere all’infinito sul grado di fascistofilia della [grande] borghesia italiana; ma un dato è certo: che la sua fascistofilia è andata diminuendo progressivamente dal ’25 ad oggi. La borghesia italiana è ormai favorevole al ritorno ad un regime di libertà, sia pure di libertà controllate in senso conservatore, e solo attraverso minoranze sempre più sparute sostiene il regime per timore del peggio. È la fascistofilia dei disperati».
In effetti più si studia la storia italiana degli anni successivi alla prima guerra mondiale più ci si rende conto dei limiti del potere economico. Molti, fermandosi alle apparenze, continuano ad attribuire al «grande capitale» un potere pressoché illimitato. Ma si sbagliano, come ebbi già modo di dire nel mio  *Saggio sui potenti.*
Desidero precisare infine che, se riscrivessi oggi questo libro, sostituirei molto spesso i termini di «fascismo» e di «fascisti», con «mussolinismo» e «mussolinisti». In questo libro già parlo esplicitamente di «mussolinismo» degli industriali. Con il trascorrere degli anni mi sono però reso conto che non soltanto la maggioranza degli industriali, ma la grande massa degli italiani furono mussolinisti, anziché fascisti. Sostennero il regime di Mussolini – fondato su innumerevoli compromessi – senza condividere l’ideologia totalitaria del movimento fascista. In Italia non vinse il fascismo, ma il mussolinismo, che distrusse parlamento e partiti, lasciando però in vita la monarchia, il senato di nomina regia, l’esercito, la burocrazia, la magistratura, la Chiesa cattolica, il potere economico, le classi. Che tra mussolinismo e fascismo esistano molte differenze è de) resto confermato dal fatto che tanti «veri» fascisti si sentirono traditi dal loro capo.
Nella storia si deve frequentemente ricorrere a categorie derivate dai nomi dei capi: stalinismo, franchismo, gollismo e così via. Se parlassimo più spesso di mussolinismo, anziché di fascismo, riusciremmo assai meglio a capire che cosa accadde in Italia dopo la prima guerra mondiale.

Only registered users can download this free product.
Genere: , SKU: 220113 Tags: